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In questi giorni in Bolivia è emersa una nuova figura pubblica, protagonista di un’ascesa fulminante com’era stata quella di Juan Guaidò in Venezuela. È Luis Fernando Camacho, 40 anni, avvocato, proveniente dalle regioni e dai settori tradizionalmente ostili a Evo Morales e alla popolazione indigena: l’oligarchia cruceña (di Santa Cruz). Pur non essendosi candidato alle elezioni del 20 ottobre, si è fatto strada tra i leader dell’opposizione a Evo Morales, ignorando qualsiasi appello al rispetto delle regole istituzionali ed emergendo rapidamente come leader dei settori più violenti e fascisti e mettendo lo stesso Carlos Mesa in secondo piano, ex capo di Stato della Bolivia tra il 2003 ed il 2005 arrivato secondo alla recente tornata elettorale e pronto per esseere recuperato come figura di “moderato”.

Da quale cappello è venuto fuori Camacho? Il suo profilo Twitter è stato creato il 27 maggio 2019. Fino alle elezioni è rimasto di fatto inutilizzato. Un suo appello del 9 luglio, in cui invocava uno sciopero per rivendicare le dimissioni del Tribunale supremo elettorale, ha ricevuto solo 20 visualizzazioni. Allo stesso modo, prima di quest’autunno non esisteva una sua voce su Wikipedia. Improvvisamente, grazie a media internazionali del calibro di Unitel, Telemundo e Cnn diventa una celebrità. I suoi tweet rimbalzano e vengono condivisi da migliaia di utenti. Il New York Times e la Reuters lo definiscono il “leader” dell’opposizione boliviana. Ma chi è davvero Luis Fernando Camacho? Analizziamolo, punto per punto.

1. Un fondamentalista religioso: «Dio ritorna al palazzo»
Già il 4 ottobre, a due settimane dalle presidenziali, Camacho aveva convocato i suoi sostenitori «ai piedi di Cristo redentore» a Santa Cruz. È chiaro, dunque, il tentativo di legittimare il suo autoritarismo sulla base del discorso religioso, presentandosi come una copia minore del vicino Bolsonaro. Dopo il 20 ottobre, il suo discorso fondamentalista ha conosciuto una nuova verve. Domenica 10 novembre ha fatto ingresso nel Palacio Quemado, il vecchio palazzo presidenziale, inginocchiandosi dinanzi a una Bibbia che lui stesso aveva portato. Più e più volte, tra social e comizi in piazza, ha affermato che «Dio ritorna al Palazzo». Intanto a Santa Cruz i suoi sostenitori festeggiavano le dimissioni di Morales con una sfilza di crocifissi, richiami a Dio e interrompendo il comizio per una santa messa.

2. Un razzista: «La Pachamama non farà più ritorno nel Palazzo di Governo»
Camacho non si vanta solo di riportare Dio nel palazzo, ma promette pure che «la Pachamama non [vi] farà mai più ritorno». La Pachamama è la madre terra, fonte di vita, risorsa simbolica ed economica per i popoli originari. Scacciarla dal palazzo significa – metaforicamente – scacciare la maggioranza della popolazione boliviana, quegli indios invisi da sempre all’oligarchia boliviana. E così i poliziotti tagliano la wiphala, la bandiera dei popoli originari andini, dal distintivo e i manifestanti la bruciano per le strade.

3. Un ammiratore di Pablo Escobar
L’autoritarismo di Camacho ha tra i suoi riferimenti espliciti niente poco di meno che Pablo Escobar. Sì, proprio lui: il più famoso narcotrafficante di tutti i tempi. In un meeting nella zona meridionale della regione di Santa Cruz, Camacho se ne uscì con «Dobbiamo preparare – facendo salve le differenze – e usare un’agenda come faceva Pablo Escobar, però solo per annotare i nomi dei traditori di questo popolo». Quelli che dovevano essere “solo” appunti sono diventati informazioni utili per perseguitare i nemici e i militanti del Mas (Movimento per il socialismo), alle cui case tutt’ora viene appiccato il fuoco, come dimostrano video e testimonianze diffuse online.

4. Il vicepresidente dell’Organizzazione giovanile cruceñista (detto «Macho Camacho»)
In gioventù «Macho Camacho» – sì, è conosciuto anche così – nel 2002 è stato vicepresidente dell’Organizzazione giovanile cruceñista (Ujc per il suo acronimo in castigliano), che la Federazione internazionale dei diritti umani (Fihd) ha definito come «una specie di gruppo paramilitare» che, tra l’altro, si è fatta conoscere per il suo simbolo – una croce verde – tristemente simile a simboli del fascismo occidentale e per il saluto dei suoi membri, che ricorda molto da vicino il «Sieg heil» dei nazisti. L’organizzazione si è fatta conoscere per le tante violenze e alcuni dei suoi membri sono stati arrestati in relazione ad aggressioni a sfondo razzista. La stessa ambasciata Usa ha definito la Ujc «razzista», confermando che «ha frequentemente attaccato persone e strutture pro «Mas-governo». Sempre secondo la Fihd, l’organizzazione è promossa dal Comité cívico pro Santa Cruz, presieduto proprio da Camacho (dal febbraio 2019, nda). Prima di lui, a dirigere il Comité fu il padre, tra 1981 e 1983.

5. Un massone
Camacho è parte di una delle grandi logge massoniche boliviane: Los caballeros de Oriente.

6. Un ricco imprenditore, perno dell’oligarchia cruceña
Luis Fernando è, insieme alla famiglia Camacho, socio del Grupo empresarial de inversiones nacional vida S.a., un gruppo imprenditoriale attivo nel settore delle assicurazioni, del gas e dei servizi. Il gruppo ha investimenti diretti o indiretti in società come Conecta, Tecorp, Xperience, Fenix seguros, Nacional seguros vida. Il padre di Luis Fernando, José Luis, era proprietario dell’azienda Sergas che distribuiva gas a Santa Cruz; lo zio, Enrique, controllava la Socre, società che gestiva le strutture per la produzione del gas locale; infine, un cugino, Cristian, controlla un’altra azienda che opera la distribuzione del gas, la Controgas. Nel suo ruolo di presidente del Comité cívico pro Santa Cruz, Camacho rappresenta un complesso di entità della zona, società imprenditoriali e sindacali di una delle zone più ricche del Paese. La regione di Santa Cruz, infatti – che già anni fa aveva provato a raggiungere una secessione per sottrarsi allo sgradito “socialismo evista” – produce il 70% degli alimenti della Bolivia, ha un enorme potenziale energetico, un’enorme ricchezza in idrocarburi che, però, dopo i governi di Morales, sono ora nelle mani dello Stato. Santa Cruz da sola apporta il 28,9% del Pil del Paese (dato del 2016).

7. Un evasore, coinvolto nello scandalo Panama Papers
Nel 2017, quando fu reso pubblico lo scandalo de Panama Papers, il nome di Camacho appare accanto a quelli di tre società: Medis overseas corp., Navi international holding e Positive real estates. Dalle indagini emerse che Camacho aveva operato come intermediario per coadiuvare persone e imprese a nascondere le proprie fortune in entità offshore, riciclare denaro e trovare modi per evadere le imposte.

8. Un amico dei golpisti, come Branko Marinkovic
Tra le amicizie Camacho vanta quella di Branko Marinkovic, un grande proprietario terriero di origini croate che si è scagliato violentemente contro il governo di Evo Morales quando questo nazionalizzò parte delle sue terre. All’epoca portavoce del Comité cívico pro Santa Cruz, fu tra i protagonisti del tentativo secessionista dell’elite cruceña, che mirava a una balcanizzazione del Paese attraverso la violenza, l’invito al golpe militare e l’immancabile razzismo (come denunciò la Fidh nel 2008). Lo stesso New York Times all’epoca non poté fare a meno di notare che la regione di Santa Cruz appariva come «un bastione di gruppi apertamente xenofobi, come la Falange socialista boliviana, il cui saluto a braccio teso tra ispirazione dalla Falange fascista del dittatore spagnolo Franco». Il gruppo citato dal Nyt , che fu espressione del dittatore Hugo Banzer, garantì la sicurezza del criminale di guerra nazista Klaus Barbie (utilizzato dalla Cia nell’Operazione Condor contro il “comunismo” in America Latina).

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