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Si trovano a dover fronteggiare un mondo più caldo, instabile e dagli esiti molto incerti. E non solo perché devono fare i conti con sedici delle diciannove annate più bollenti dal 1800 a oggi ma, soprattutto, perché hanno subìto i contraccolpi, dal governo Berlusconi a quello attuale, di un decennio politico all’insegna di mancati finanziamenti ai servizi sociali e per l’infanzia e incapace, persino, di varare una norma per riconoscere la cittadinanza ai bambini stranieri di seconda generazione.

I minori di questa generazione, descritti nel X Atlante dell’infanzia a rischio, redatto da Save the children, sono la fascia di popolazione su cui hanno impattato maggiormente le due gravi crisi economiche del 2000 e i sette governi che hanno compromesso le loro aspettative di crescita, producendo uno squilibrio generazionale senza precedenti. Si sono acuite le disuguaglianze fra bambini del Nord e bambini del Sud, fra bambini stranieri e bambini italiani, fra quelli delle zone centrali e quelli delle zone periferiche, fra gli studenti delle scuole elitarie e quelli delle classi ghetto.

A metterlo nero su bianco, il rapporto Il tempo dei bambini che, a dieci anni dalla prima pubblicazione, tira le somme sulla condizione dei minori in Italia: da dieci anni a questa parte, quasi un milione di loro si è aggiunto al bacino della povertà assoluta, più di un milione è confluito in quello della povertà relativa, sono cresciuti i Neet e tutto ciò ha contribuito a un crollo della natalità, con un calo di 136mila nascite rispetto al 2008.

In un Paese che, già prima delle crisi, mostrava profondi squilibri territoriali in termini di servizi all’infanzia, non solo non è mai stato implementato alcun intervento strutturale e le uniche azioni sono state sporadiche e selettive ma, con la riforma del Titolo V della Costituzione e la Legge quadro, le disuguaglianze si sono estremizzate: se nel 2008, appena un minore su venticinque versava in condizioni di povertà assoluta, nel 2018 si trova in questa situazione un minore su otto. Il disinvestimento dalle politiche per l’infanzia ha, anche, inciso sui progetti familiari e sul crollo demografico che, in Italia, ha un’intensità e una rapidità eccezionali rispetto agli altri Paesi europei. A invertire il trend, i minori stranieri che vivono (e nascono) nel Belpaese: se nel 2008 erano poco meno di settecentomila e rappresentavano il 7 per cento del totale dei giovani residenti, oggi sono più di un milione, rappresentando il 10 per cento della popolazione minorile italiana.

Nonostante costituiscano una risorsa demografica, sociale e culturale poiché la loro presenza massiccia nelle scuole è l’antidoto alla chiusura e all’accorpamento di tanti istituti, oltre che alla riduzione degli insegnanti, i minori stranieri sono rimasti esclusi dall’agenda politica e hanno pagato il conto più salato delle crisi economiche. E sebbene la marginalizzazione abbia riguardato tutti i bambini e gli adolescenti, la loro reazione è un forte desiderio di essere protagonisti nei cambiamenti sociali: basti pensare alle manifestazioni oceaniche dei coetanei di Greta Thunberg che, nonostante i programmi scolastici continuino a contemplare poco o niente i temi per i quali scendono in piazza, sono riusciti a riportare in prima pagina il monito della scienza sulle implicazioni del riscaldamento globale e sulle conseguenze sociali dell’emergenza ambientale.

«Crescere ai limiti delle risorse non significa, però, fare i conti solo con la temperatura che aumenta e i ghiacci che si sciolgono, ma vuol dire essere testimoni di un sistema che, pur producendo benessere, continua ad alimentare squilibri e sprechi», si legge nel Rapporto. Davanti a un paesaggio in continuo cambiamento, e non solo per effetto delle intemperanze climatiche, anche la scuola appare completamente impreparata e produttrice di iniquità: nei dieci anni precedenti si è scelto di disinvestire sull’istruzione e la spesa è crollata dal 4,6 per cento del 2009 al 4 per cento del 2011 fino all’attuale minimo storico del 3,6 per cento del Pil. I tagli alle risorse destinate alla scuola pubblica si traducono in «centinaia di migliaia di bambini persi alla scuola». Che, verosimilmente, saranno i giovani in bilico tra rinuncia e desiderio, secondo la ricerca Il silenzio dei Neet condotta da Unicef.

Stando agli ultimi dati Istat, riportati nell’indagine, i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 29 anni che sono rimasti indietro, non impegnati in percorsi di studio, di lavoro e di formazione sono 2 milioni e 116 mila, posizionando l’Italia al primo posto nella graduatoria europea. Dietro ai numeri, si nasconde «l’aumento di sentimenti di disagio e di sofferenza e la diffusione di stati di insicurezza e di ansia, a causa della crisi economica, della mancanza di lavoro e, oggi, perfino dei cambiamenti climatici», rileva l’indagine.

Al di là delle ragioni note e immediatamente visibili che determinano la condizione di Neet e le invisibili risposte delle istituzioni, la ricerca di Unicef aggiunge elementi nuovi: la considerazione dello stato di Neet come rifiuto, spesso inconsapevole, di una società che lascia sempre meno spazio a fragilità e debolezze, caratterizzata da rapporti di prevaricazione in cui i giovani si sentono perdenti. E, invece, aggiunge l’indagine, «molti di questi, formalmente classificati tra i Neet, nella realtà hanno talenti e passioni che coltivano nella loro intimità, senza riuscire a esprimerli all’esterno». D’altronde, continua la ricerca, considerando le evidenze emerse, «la velocità imposta dalla nostra epoca determina l’ansia di non riuscire a camminare a quel ritmo e ne consegue immobilità».

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