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Grigie villette a schiera circondate da neri cancelli si alternano lungo le vie della nuova Hasankeyf, una uguale alle altre. Il loro colore spento si distingue appena dal marrone e dal giallo ocra della terra su cui sorgono, altrettanto anonima e priva di qualsiasi dettaglio in grado di catturare l’attenzione di chi la osserva. Le strade, appena asfaltate, non hanno ancora nomi e sembra siano state realizzate unicamente per essere percorse dal vento e dalla polvere. Tutto è immobile intorno a noi, non si sentono le risate dei bambini o le voci degli adulti, né i versi degli animali e tantomeno lo scorrere del fiume Tigri.

Siamo a soli tre chilometri da TurchiaTurchia, verde e viva, eppure sembra di essere su un pianeta lontano e inospitale. E per alcune persone lo è davvero.
«Non ho più una casa e non ne avrò una nuova qui nella nuova Hasankeyf. Per il governo non esisto, non ho gli stessi diritti di mio fratello e di altre donne del villaggio. Non ho un marito, non ho dei figli, quindi secondo le autorità non posso avere una nuova abitazione».

Diyana (nome di fantasia) ci racconta la sua storia mentre sediamo in veranda con un bicchiere fumante di chay tra le mani. Il velo colorato le copre i capelli e le incornicia il volto ancora giovane. Gli occhi, marroni e profondi, lasciano trapelare tutta la rabbia, la tristezza e il senso di impotenza che prova ogni giorno da quando il governo ha dato a lei e a tutti gli abitanti di Hasankeyf una data ultima entro cui lasciare il villaggio.

Diyana è solo una delle circa 80 mila persone che dovranno abbandonare per sempre le case di quelle 199 cittadine che sorgono lungo le sponde del fiume Tigri, nel Sud-est della Turchia, e che ben presto saranno sommerse dalle acque della diga Ilisu. Il governo turco…

L’articolo di Futura d’Aprile prosegue su Left in edicola dal 15 novembre 

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