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C’è una generazione che è venuta dopo: dopo le lotte per i diritti degli anni 60 e 70, dopo la Prima Repubblica (e pure dopo la Seconda), dopo la crisi economica di inizio millennio, dopo l’epoca in cui trovare un posto di lavoro tutelato da diritti non era così raro. Anche dopo tante conquiste di civiltà, certo, che però non sono bastate a sovvertire il rigido schema della società patriarcale. Il parziale affermarsi di partiti razzisti e xenofobi anche tra i più giovani non solo nega la realtà del nostro Paese, in cui le classi scolastiche sono sempre più multiculturali, ma la manipola, cercando di sfruttare il senso di precarietà che affligge millennials (e i più giovani centennials). Hanno provato a manipolare anche le donne, utilizzando spesso la loro immagine come una facciata dietro alla quale nascondere il disprezzo che la destra ha sempre provato nei confronti di una possibile realizzazione femminile lontano dal focolare domestico. Ma le ragazze non ci stanno. Il pragmatismo di molte loro iniziative – nei movimenti, nel volontariato, nelle associazioni – viene spesso interpretato come sintomo dell’assenza di un’ideologia più alta, ma non è così: semplicemente, in una vita precaria al massimo, nella quale sei costretta a parare in continuazione gli attacchi che provengono dalla cultura maschilista, razzista e classista, non è un crimine sentire più vicino l’incendio di una libreria di quartiere o la chiusura di un centro antiviolenza e mobilitarsi di conseguenza. L’antifascismo delle giovani del 2019 parte dalla difesa del proprio diritto di esistere in quanto donne, dal rivendicare i propri spazi, dalla volontà di ottenere pari diritti a scuola o a lavoro, dal poter esprimere un rifiuto senza correre il rischio di essere violentate o uccise, dalla possibilità di rivendicare liberamente il principio dell’uguaglianza umana. Ce lo hanno raccontato in queste pagine sette giovani donne, studentesse, attiviste, lavoratrici, rispondendo a due domande: Cosa ti ha portato a impegnarti, e cosa dovrebbe fare la sinistra per farti sentire rappresentata?

Giulia, fisioterapista e “sardina”

Prima c’è stata Bologna. Poi Modena. Piazze piene, colorate, senza simboli di partito. Colme di una marea di «sardine». Così si definiscono le migliaia di persone che dal Nord al Sud del Paese si stanno unendo contro Salvini. Mettendo in crisi la sua macchina della propaganda. Tutto nasce dall’idea di quattro giovani amici che nella vita non si occupano di politica. Un’idea semplice: il PalaDozza, dove il leader leghista ha tenuto il suo comizio in vista delle regionali, contiene 5.570 persone, perciò per battere quella cifra in piazza Maggiore bisognava stringersi “come 6.000 sardine”. Alla fine, il 14 novembre, erano più del doppio. E presto altri “banchi” di antifascisti si raduneranno a Reggio Emilia, Rimini, Firenze, Milano. «Non volevamo più stare in casa a lamentarci, ma creare qualcosa di attivo, per rendere possibile un cambiamento», dice a Left Giulia, 30 anni, fisioterapista e ideatrice del movimento assieme ai suoi tre ex coinquilini. «La..

L’articolo di Alessia Gasparini e Laonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 22 novembre 2019

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