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Angela Davis, nata a Birmingham in Alabama nel 1944, è il simbolo vivente della lotta contro il razzismo, l’oppressione della donna e il capitalismo. Accusata nel 1970 di omicidio e sequestro di persona in seguito a un’azione militare delle Pantere Nere in un tribunale della California, venne assolta dopo una lunga battaglia processuale. Da allora la sua lotta non si è mai interrotta. Docente universitaria, militante prima del Partito comunista e poi dei movimenti antirazzisti e femministi, è stata prima firmataria dello sciopero delle donne dell’8 marzo 2017. Tra le sue opere pubblicate in Italia, Autobiografia di una rivoluzionaria (Garzanti, 1975), La libertà è una lotta costante (Ponte alle Grazie, 2018), Donna, razza e classe (Alegre, 2018). John Lennon e Yoko Ono le hanno dedicato “Angela” e i Rolling Stones “Sweet black Angel”.

In Europa e in Occidente stanno emergendo significativi movimenti femministi e in difesa dei migranti. Secondo lei è possibile unificare questi movimenti in una prospettiva di sinistra?
Negli Usa il femminismo nero è sempre stato impegnato a dimostrare che razza, genere e classe sono inseparabili nella realtà sociale in cui viviamo. Le femministe nere hanno respinto per prime l’approccio “o movimento femminista o movimento antirazzista”. Dobbiamo porci quindi il problema di come trovare le interrelazioni tra i due movimenti. Come s’intrecciano razza, classe, genere, sessualità, nazione e abilità? Si tratta di una questione chiave. Riflettere sulle relazioni tra le lotte contro il razzismo negli Stati Uniti e lotta per la difesa dei migranti messicani vuole dire per esempio adottare un approccio femminista moderno e rivoluzionario.

Lei è stata anche un’anticipatrice nell’elaborazione del concetto di intersezionalità. Come si è sviluppata la sua riflessione?
Naturalmente l’intersezionalità – cioè le correlazioni tra razza, classe, genere, sessualità – si è evoluta molto con il tempo…

L’intervista di Yurji Colombo ad Angela Davis prosegue su Left in edicola fino al 28 novembre

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