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Ancora un 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne, per manifestare. Quest’anno in Spagna, il contesto è davvero sconcertante. Finora ci sono stati 94 femminicidi e solo nel secondo trimestre del 2019 sono state presentate oltre 40mila denunce, la famosa punta del grande iceberg. Allo stesso tempo ci sono le scelte politiche delle destre in grande spolvero, che negano proprio l’esistenza della “violenza di genere” e che vogliono abrogare la legge che mira a combatterla.

Manuela Carmena, ex-sindaca di Madrid, quattro anni fa, fece una scelta molto simbolica decidendo di proclamare tre giorni di lutto cittadino per ogni donna uccisa in città. Lo definì un “gesto necessario” perché un femminicidio è una questione politica, non privata, sempre. La normativa prevedeva anche che, per ogni caso di omicidio machista, si facesse un minuto di silenzio nell’intera area madrilena. Per ricordare che finché un crimine da privato non diventa visibilmente pubblico e quindi politico, è destinato a ripetersi più facilmente.

Nella regione e nella città di Madrid, in mano alle destre, è stato impedita l’approvazione di qualsiasi dichiarazione istituzionale contro la violenza maschile sulle donne. È la prima volta in 14 anni, da quando è stata promulgata la legge spagnola sulla violenza di genere. Lo stesso è successo nei 365 comuni e nelle regioni autonome dove Vox, il partito di ultradestra, ha rappresentanza o appoggia le giunte governate dal Partito Popolare e da Ciudadanos, sempre sostenendo che «la violenza non ha genere», che «non esistono crimini machisti» e che la legge deve essere revocata quanto prima.

Chi lavora alla rete municipale di Madrid contro la violenza di genere ha inviato una lettera a tutti i partiti per far sapere la propria disapprovazione: «Non posizionarsi, non condannare la violenza contro le donne attraverso una dichiarazione istituzionale è, per omissione, violenza simbolica». Alle ore 12 una performance architettata via twitter: centinaia di persone si radunano davanti al consiglio portando un cartello con il nome di ogni donna assassinata, 1.028 dal 2003, tutte quelle che Vox, da oggi, vorrebbe far sparire.

Migliaia le persone che hanno partecipato ai presidi e alle manifestazioni convocati nelle città spagnole dai collettivi femministi, per rifiutare qualsiasi violenza sessista. Non si è manifestato solo in nome delle troppe donne ammazzate, violentate, maltrattate, abusate – secondo i dati del ministero degli Interni viene segnalata una violenza ogni 5 ore – ma anche per ricordare che la Spagna viola tutte le regole internazionali su come giudicare la violenza sessuale. E vanta una stragrande maggioranza di giudici senza alcuna formazione di genere e che ignora i trattati internazionali che proteggono i diritti umani delle donne. La legge sulla cosiddetta violenza di genere del 2004, approvata durante il governo Zapatero, riconosce come vittime di questa violenza le donne che sono state aggredite dai loro partner o ex-partner. Cioè, solo quando esiste una relazione sentimentale tra la donna e il suo aggressore, la legge prevede tutta una serie di misure pianificate per la sua protezione, la sua difesa, nonché i fondi per assicurarle. La Spagna, ormai da 15 anni, vive in questa anomalia e considera come unica violenza di genere quella che accade nell’ambito delle relazioni affettive, nella sfera privata, escludendo il resto della violenza maschile comunque esercitata contro le donne proprio perché donne. In questo 25 novembre ancora più femministe sono scese in strada a manifestare contro un sistema che ostacola le donne e che è parte di una costruzione sociale che non inizia dalla violenza fisica o psicologica di un amante, o dall’insulto di un marito o di un padre. Il suo punto di partenza è nel divario salariale o nella difficoltà di accedere a un lavoro che non sia precario, nelle molestie per strada o sul luogo di lavoro, nelle discriminazioni sempre e comunque perché donne, migranti o razzializzate, o gitane, o disabili, o sex worker. Tutto questo va ben oltre l’idea collettiva di «violenza domestica» o familiare a cui un partito come Vox vorrebbe ridurre la violenza di genere.

Mobilitazioni in oltre trecento città, una mappa dettagliata di tutti gli appuntamenti girava da giorni in rete e si colorava di punti viola, il colore della marea femminista, da Alicante, Barcellona, Cartagena, Bilbao, a San Sebastián, Gijón o Saragozza. Fino alle isole Canarie, giù nell’oceano atlantico di fronte all’Africa, dove la giornata del 25N è iniziata nel peggior modo possibile con l’omicidio, a Tenerife, di una ragazza per mano del suo compagno.

La mancanza di consenso nelle istituzioni rivitalizza i movimenti femministi che si sentono minacciati nelle proprie scelte e conquiste dall’ascesa di partiti sessisti e xenofobi. A Madrid la manifestazione più grande aperta dallo striscione “machismo mata” (il maschilismo uccide), un fiume di persone che ha invaso per tutta la serata la città, dal Paseo del Prado alla Puerta del Sol.

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