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Tutto al condizionale. La vita di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita un anno fa in Kenya e tuttora ostaggio, probabilmente in Somalia, è una lunga faticosa catena di verbi al condizionale che bisbigliano sotto la coltre di silenzio. Qualcuno dice che l’intelligence italiana abbia chiesto riserbo, altri temono che questo silenzio nasconda solo le difficoltà nella trattativa per la sua liberazione. Di certo rimbomba questo silenzio, come rimbomba. Notizie certe ce ne sono poche ma interessanti: nove giorni prima di essere rapita Silvia Romano si reca alla centrale di polizia vicina al villaggio di Chakama dove stava per la onlus italiana Africa Milele per denunciare un pastore anglicano che aveva atteggiamenti molesti verso alcune bambine. Il 20 novembre avviene il sequestro: un gruppo di uomini armati (chi parla di cinque, chi di otto) creano caos nel mercato del villaggio sparando alcuni colpi di arma da fuoco in aria e si dirigono nella camera dove alloggiava Silvia Romano portandosela via in spalla.

L’obiettivo era chiaro, i comportamenti erano risoluti: volevano prendere lei, solo lei. Sui mandanti sono state fatte diversi ipotesi: inizialmente si pensava a un rapimento per ottenere denaro dal riscatto, poi si è parlato di un gruppo fondamentalista islamico e qualcuno ha scritto che sia stata venduta per essere portata in Somalia. Sulla Somalia hanno scritto diverse testate nonostante il governo di Mogadiscio continui a smentire. Poi ci sono le cose non fatte: la denuncia di Silvia Romano non è mai stata protocollata perché, spiega l’agente di Polizia che ha raccolto la denuncia, mancherebbero i dati delle presunte vittime e del presunto molestatore. Ma anche negli archivi dell’aeroporto di Mombasa dove il 5 novembre 2018 Silvia romano era atterrata risultano mancanti proprio dei file che la riguardano. Il telefono di Silvia è scomparso per poi risultare acceso il 6 aprile di quest’anno. I due presunti rapitori arrestati dalle autorità locali intanto hanno trovato i soldi necessari per pagare la cauzione e uscire dal carcere: 26mila euro sono una cifra enorme per quei luoghi e i due risultano praticamente indigenti. Una cosa è certa: la politica sulla vicenda di Silvia Romano continua a balbettare. Siamo ben lontani dalle potenti prese di posizione per altri casi simili e il caso sembra essere ritenuto assolutamente secondario nel dibattito pubblico. Del resto Silvia è una di quei buonisti che scelgono di aiutarli a casa loro esponendosi al pericolo coscientemente, secondo un certo pensiero prevalente, ed è giusto che paghi i suoi errori senza pesare nel dibattito politico, evidentemente. Due quotidiani di destra (che per ecologia lessicale eviteremo di citare) ci hanno detto che Silvia Romano sarebbe stata costretta a convertirsi all’Islam e addirittura a sposarsi con uno dei suoi rapitori. Gli astuti giornalisti ci dicono anche che le loro fonti sarebbero elementi dell’intelligence italiana.

Curioso, no? La stessa intelligence che accoratamente chiede di non scriverne per non minare le possibilità di successo della sua liberazione avrebbero conferito con alcuni giornalisti per dare queste colorite informazioni che sarebbero perfette per insozzare un po’ l’immagine di Silvia Romano. Sarebbe curioso sapere se gli apparati dello Stato davvero ritengano l’eventuale conversione dell’ostaggio una notizia utile per il proseguo delle trattative. O forse, semplicemente, su Silvia Romano (come su tutte le vittime di questi ultimi anni tossici di questo Paese) si gioca una putrida guerra di propaganda che se ne frega delle persone, della loro salvezza e dell’informazione intesa come pratica etica. Ma anche questo discorso in fondo è così vigliaccamente basso rispetto alla realtà di Silvia e della sua famiglia. Quindi? Se ne può sapere qualcosa?

L’editoriale di Giulio Cavalli è tratto da Left in edicola dal 29 novembre 2019

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