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Scriveva a febbraio, in una lettera indirizzata al governo Conte 1, Achille Variati, presidente dell’Upi, l’Unione delle Province: «Serve un piano generale di investimenti e messa in sicurezza delle infrastrutture di competenza delle province, in particolare per i ponti». Un’urgenza nota, ma irrisolta: all’indomani del crollo del ponte Morandi, era stato proprio l’ex ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli a lanciare un monitoraggio straordinario di tutti i ponti e viadotti non autostradali.

La stragrande maggioranza dei quali, circa 30 mila, è di competenza delle province. Toninelli prescrisse che entro i primi di settembre, due settimane dopo quell’immane disastro, che stava per ripetersi pochi giorni fa sull’autostrada Torino-Savona, tutte le 76 province italiane (e gli altri enti gestori) gli mandassero un report sulle condizioni di sicurezza di queste infrastrutture fondamentali per la circolazione di uomini e merci. Con annessa indicazione degli «interventi necessari a rimuovere le condizioni di rischio da essi riscontrate, corredando le relative segnalazioni di adeguate attestazioni tecniche e indicazioni di priorità».

Fu una corsa contro il tempo: tecnici e funzionari erano rientrati trafelati dalle vacanze. Il Mit venne travolto da una gragnuola di carte e previsioni di spesa. Una mappatura da cui emersero cifre eloquenti e storie da brividi. Il romanzo tragico e imbarazzante di migliaia di manufatti vecchi e pericolanti, eretti 50 o 80 anni fa con tecniche ormai superate, inadatti per il volume di traffico e le macchine contemporanee, sopravvissuti a generazioni di tir senza il beneficio di un controllo strutturale. Il 65 per cento di questi trappoloni per umani a cielo aperto, percorsi ogni giorno da milioni di italiani, avrebbe avuto bisogno di interventi rapidi e sostanziali.

Che fine ha fatto il rapporto «urgentissimo»?
Ne è seguito un iter, una tempistica, una bridge map? Sono state mobilitate..

L’articolo di Maurizio Di Fazio prosegue su Left in edicola dal 29 novembre 2019

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