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Ha fatto indubbiamente notizia l’apertura a Salvini da parte dell’ex-presidente dei vescovi Camillo Ruini che, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, non ha mancato di sottolineare le «notevoli prospettive» che il leader della Lega ha davanti a sé. Un endorsement che ha causato scossoni nel mondo cattolico, in particolare nelle sue frange più impegnate in politica. Clamore mediatico o riposizionamento della Chiesa in vista di future elezioni? Se si considera l’elettorato cattolico siamo di fronte alla scoperta dell’acqua calda: che il voto di chi si dichiara cattolico sostenga in larga misura la Lega è un dato emerso già da tempo. E non dovrebbe generare stupore nemmeno il dialogo trasversale tra le gerarchie ecclesiastiche e le varie forze politiche. L’unità politica dei cattolici risale a un tempo in cui si andava a messa la domenica e si votava Democrazia cristiana. Un ricordo sbiadito per i non più giovani e una rappresentazione sociale che suona surreale per le nuove generazioni. Cresce infatti lo scollamento tra una società secolarizzata e una classe politica in cui rimane decisamente sovradimensionata l’attenzione alla tutela dei privilegi su base religiosa.

]Tutte le ricerche sociologiche mostrano un calo dei cattolici e della pratica religiosa, un abbandono che ora coinvolge in particolare le donne. Per non parlare delle giovani generazioni: il sociologo Franco Garelli, già nel suo libro del 2016 Piccoli atei crescono, ci parlava della prima generazione incredula. Non deve stupire che in un contesto del genere gli immancabili tentativi di presentarsi alle urne come nuove Dc abbiano raccolto percentuali insignificanti di voti. Più efficace la strategia di movimenti come Comunione e liberazione, o più recentemente i gruppi che si richiamano alla cosiddetta famiglia tradizionale (in realtà omofobi e anti-choice) che, sostenendo in modo compatto le liste che presentano loro candidati, riescono ad avere esponenti nelle stanze dei bottoni, e in più schieramenti. Ma a far man bassa di voti, almeno negli anni recenti, sono le leadership forti che si intingono nell’acqua santa: godono dell’appoggio del credente bigotto, ma soprattutto raccolgono il voto dei tantissimi credenti per tradizione e conformismo, che si trovano a loro agio con candidati e partiti identitaristi, da Trump negli Usa a Lega e Fratelli d’Italia in casa nostra. Senza curarsi troppo della plateale incoerenza con tanti precetti religiosi di cui si proclamano paladini.

L’identitarismo religioso funziona come richiamo alle urne, mentre il mondo laico si disperde tra divisioni e astensionismo. Eppure in Italia c’è voglia di laicità. Il sondaggio, commissionato dall’Uaar alla Doxa e presentato nel maggio scorso, oltre a mostrare un calo dei cattolici e una crescita degli atei rispetto ad analoga rilevazione di cinque anni prima, delinea maggioranze di concittadini a favore della separazione Stato-Chiesa, contrari ai finanziamenti pubblici alle scuole private e all’edilizia di culto, favorevoli all’abolizione o al ridimensionamento dell’obiezione di coscienza all’aborto, che chiedono il versamento allo Stato delle imposte su tutti gli immobili di proprietà della Chiesa (www.uaar.it). Di fronte a dati del genere sulla secolarizzazione e sulla propensione a provvedimenti laici, vi sono ampi spazi per riportare alle urne un elettorato non rappresentato, e magari per far cambiare idea a qualche identitarista di facciata. Ammesso e niente affatto concesso che in periodo di crisi economica la rivendicazione di diritti civili non porti lontano, basterà aggiungere al pacchetto un taglio deciso agli oltre sei miliardi annui di costi pubblici della Chiesa, da reinvestire in ricerca e istruzione per avere una proposta giusta, concreta e condivisa dal corpo elettorale.

Roberto Grendene è il segretario nazionale della Uaar

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