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A Madrid è in corso fino al 13 dicembre la 25ma Conferenza sul clima dell’Onu (COP 25) ma pochi giorni prima dell’inizio, il 28 novembre,  il Parlamento europeo ha finalmente votato una risoluzione di emergenza climatica ed ambientale con la richiesta alla Commissione di garantire che tutte le proposte legislative e di bilancio siano in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi, come previsto dall’Accordo di Parigi.

Insieme alla risoluzione è passato un altro provvedimento che spinge l’Ue ad arrivare preparata alla COP 25 con una road map che preveda una strategia per raggiungere le zero emissioni – la cosiddetta neutralità climatica – entro il 2050. Strasburgo punta ad alzare i target di diminuzione delle emissioni al 2030 dall’attuale 40% al ben più ambizioso 55%.

Un obiettivo condiviso, almeno a parole, anche dalla nuova presidente della Commissione Europea, la tedesca Ursula Von der Leyen, che nel giorno del suo insediamento – mercoledì 27 novembre – ha dichiarato che «Se c’è un campo in cui il mondo ha bisogno della nostra leadership è proteggere il clima».
La risoluzione è passata il giorno successivo all’insediamento con 429 voti a favore, 225 contrari e 19 astensioni, sebbene la cosiddetta “coalizione Ursula” non si sia presentata affatto unita. A favore hanno votato i gruppi dei socialisti (S&D), i Verdi (Green/Ale), i liberali (Renew Europe) e la Sinistra (Gue/Ngl) mentre a spaccarsi è stato il Partito popolare europeo (Ppe), gruppo più numeroso a Strasburgo e di cui la presidente Von Der Leyen è espressione – e che aveva interamente sostenuto la candidatura di chi succederà a Junker.

Da una parte francesi, spagnoli e portoghesi a favore della risoluzione, dall’altra italiani e tedeschi completamente contrari. Ad opporsi in primis Manfred Weber, l’iniziale Spitzekandidate per l’intero gruppo poi messo da parte a causa del veto del presidente framcese Emmanuel Macron, e l’ex presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, insieme ai deputati di Forza Italia Martusciello, Milazzo e Salini – con Silvio Berlusconi come grande assente insieme a Patriciello.

A votare contro in maniera del tutto compatta sono stati i deputati del gruppo Id, Identità e Democrazia, di cui fa parte la Lega di Salvini, i Conservatori e Riformisti (Ecr) – per l’Italia aderisce la formazione Fdi di Giorgia Meloni e gli inglesi del Brexit Party, attualmente senza famiglia all’eurocamera. Entrambi i gruppi sono riconducibili ad una linea di destra e sovranista, e le dichiarazioni di alcuni deputati non lasciano dubbi.

Secondo l’eurodeputata italiana Silvia Sardone (Id, Lega) – moglie del primo cittadino di Sesto San Giovanni, Roberto Di Stefano, famoso alle cronache per aver negato la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita Liliana Segre – la discussione sull’emergenza climatica sarebbe addirittura «francamente stucchevole e al limite dell’inutilità». L’eurodeputata lombarda è campionessa di benaltrismo: «Per voi invece l’immigrazione non è un’emergenza, il lavoro non è un’emergenza, i rapporti commerciali con gli altri Paesi non sono un’emergenza, le crisi aziendali non sono un’emergenza. L’emergenza la detta la moda del momento e quindi, insomma, con Greta che di fatto dà l’agenda a questo Parlamento europeo». E per finire la Sardone definisce la presidente della commissione «una fondamentalista dell’ambiente».

C’è poi Catherine Griset (Id, Rassemblement Nationale) secondo cui l’Accordo di Parigi «è morto». «Dopo il ritiro americano è impossibile mobilitare le risorse per l’Europa necessarie per il fondo verde. Inoltre, anche la Cop dovrà rivedere la sua ambizione climatica di fornte agli impegni di Asia e Africa, due regioni più inquinate della nostra». La cecità dell’Europa, spiega la deputata sovranista, si rivela più seriamente nella «visione globalista di esperti delle Nazioni Unite e Ong e nella strumentalizzazione della diplomazia climatica ai fini di combattere la sovranità degli Stati in risposta al pericolo mortale delle migrazioni».

Pietro Fiocchi (Ecr, Fdi) spiega che «nessuno ha commentato il fatto che Stati Uniti, India e Cina non stiano facendo nulla al riguardo e stanno pertanto rendendo gli sforzi europei totalmente inutili. Ora vogliamo alzare il tiro. Questo è problematico perché noi, come Parlamento europeo, abbiamo un dovere morale di spiegare ai cittadini dell’Ue come intendiamo raggiungere gli obiettivi e come intendiamo fare questo senza uccidere i loro mezzi di sussistenza e l’economia».

Insomma, buona parte dei deputati di destra non ne vuole proprio sapere nulla del clima. Il report Convenient Truths – Mapping climate agendas of right-wing populist parties in Europe, della fondazione tedesca Adelphi, uscito la scorsa primavera, contiene un’analisi dettagliata dei programmi di 21 forze politiche di destra radicale in Europa. Lo studio sottolinea come per queste formazioni le politiche ambientali ed energetiche contro il cambiamento climatico portate avanti dall’Unione europea sono costose, socialmente ingiuste, addirittura dannose per il clima. O al limite, del tutto ininfluenti. Tre le argomentazioni ricorrenti: il negazionismo climatico, secondo cui non viene negata l’esistenza del global warming, ma il fatto che questo sia indotto dall’attività dell’uomo; lo scetticismo nei confronti delle discipline scientifiche; la retorica nazionalista che vede la sovranità nazionale minacciata dagli accordi internazionali e dall’approccio multilaterale in politica estera. Tutto ciò appellandosi a una comunità immaginaria di persone vittime di élite globali e cosmpolitiche senza scrupoli.

Il principale bersaglio di tutte le formazioni politiche di destra radicale è ovviamente l’Accordo di Parigi sul clima, sul banco degli imputati come nemico della sovranità nazionale. Il dossier di Adelphi dimostra come molti di questi partiti si siano astenuti o abbiano votato contro la sua ratifica all’Europarlamento, avvenuta il 4 ottobre del 2016: tra queste la Lega («L’accordo raggiunto è stato un compromesso al ribasso per permettere alle aziende cinesi e dei Paesi in via di sviluppo di competere ingiustamente con le aziende italiane» dichiarava durante le votazioni l’eurodeputato del Carroccio Gianluca Pini).

Peccato che la comunità scientifica internazionale sia praticamente quasi unanime nell’affermare che la crisi climatica è colpa dell’uomo ed è una realtà da affrontare al più presto. Lo scorso 5 novembre una dichiarazione firmata da 11 mila scieziati provenienti da 153 nazioni ha lanciato l’ennesimo allarme: la crisi climatica sta accelerando più rapidamente e più severamente del previsto. Entro la fine del secolo, sulla base delle attuali politiche climatiche attuate in tutto il mondo, si prevede che la temperatura aumenti da 3,1 gradi a 3,7 gradi.
Ma nonostante questo, a destra prevale ancora lo scetticismo e il negazionismo climatico. La questione migratoria, cara ai sovranisti, è oramai sbiadita e i flussi imponenti del 2015/2016 solo un lontano ricordo. Serve rilanciare con qualche altra questione. E non a caso l’ultradestra ha scelto quella climatica. C’è proprio un pessimo clima a destra.

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