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«Se i banchieri, i miliardari e l’establishment pensassero che noi rappresentiamo la vecchia politica, che possiamo essere comprati, che nulla stia davvero cambiando, non ci avrebbero attaccato così ferocemente». Così Jeremy Corbyn, alla presentazione del manifesto elettorale Labour, ha rivendicato la radicalità della proposta del suo partito in vista del voto del 12 dicembre. Tra i punti del programma: diminuzione delle ore di lavoro a parità di retribuzione, nazionalizzazione di poste, ferrovie, acqua ed energia, salario minimo innalzato a 10 sterline, internet veloce gratis per tutti, stop alle tasse universitarie, un piano per una “rivoluzione industriale green”, e molto altro (v. Cerabona a pag. 10). Se non stiamo parlando di socialismo, perlomeno nell’accezione più tradizionale del termine, senza dubbio si tratta di un ambizioso progetto di dismissione del neoliberismo, e dunque della Terza via blariana, unito ad una idea positiva di ridefinizione dell’economia britannica. Un passaggio che, al di là dei risultati elettorali – i sondaggi danno il Labour in rimonta, a 9 punti percentuali di distanza dai Conservatori -, lancia un forte segnale alle forze progressiste (o sedicenti tali) di tutto il continente. Italiane comprese.

«Per la sinistra europea c’è un prima e un dopo Corbyn, proprio come ci fu un prima e un dopo Blair», dice Arturo Scotto, tra i fondatori di Mdp. «O i progressisti riacciuffano la questione sociale e la rimettono al centro di una nuova identità politica – prosegue – oppure vincerà a mani basse la destra che si rafforza sul malessere diffuso». Di certo in Uk la destra…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 6 dicembre 2019

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