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Non sappiamo come andrà a finire il 12 dicembre. Le elezioni oltremanica, stando ai sondaggi, potrebbero dare una netta vittoria al machista, nazionalista, conservatore nonché premier in carica, Boris Johnson, e alla sua Brexit ad ogni costo, forte dell’appoggio dell’Inghilterra profonda. Come è già successo negli Usa per l’elezione di Trump anche grazie ai voti della Rust Belt. Johnson ha dalla sua la Gran Bretagna bianca, de industrializzata, arroccata sui pregiudizi di una piccola borghesia declassata, come ha raccontato in un bruciante romanzo inchiesta, The Cut, lo scrittore Anthony Cartwright.

Comunque vada – e i giochi sono ancora aperti – in questa storia di copertina vogliamo parlare del coraggio, della capacità di visione e della sfida lanciata dal manifesto radicale, ambizioso e solidale presentato dal leader del Labour, Jeremy Corbyn. Abbiamo provato ad approfondirne i contenuti in dialogo con alcuni esponenti della sinistra italiana ed europea, utilizzandolo per stimolare la discussione, in un momento in cui avanzano le peggiori destre mentre i tradizionali partiti di centrosinistra sono direttamente o indirettamente interrogati da movimenti giovani come quello dei Fridays for future e quello delle sardine in Italia.

Per capire la portata del cambiamento che il buon “vecchio” Corbyn è riuscito a mettere in moto bisogna ricordare anche il contesto in cui è avvenuto.

Dopo l’attacco al welfare, l’indebolimento dei sindacati e la selvaggia liberalizzazione del mercato del lavoro dell’era Tatcher (che sosteneva non vi fosse alcuna società possibile ma solo individualismo proprietario), dopo il blairismo che aveva introiettato la logica del neoliberismo, nel 2015 Jeremy Corbyn (che si definisce socialista democratico) è riuscito inaspettatamente ad arrivare ai vertici del partito smascherando il dogma thatcheriano «There Is No Alternative», accettato da Blair. Nel 2017 il Labour di Corbyn ha registrato un forte incremento degli iscritti, riuscendo a riaprire il dialogo con i giovani, avvicinandoli all’impegno politico. Un processo che è stato facilitato dall’attività di Momentum, l’ala movimentista del partito. E ora ecco il nuovo programma centrato sulla rivoluzione industriale verde (facendo proprie le proposte di Exctinction Rebellion), sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e sul diritto all’accesso al sistema sanitario pubblico, cure gratis per gli over 65 e blocco dell’età pensionabile a 66 anni (cercando di acchiappare anche i votanti più maturi e tradizionalmente più conservatori).

Punto cardine e nuovissimo del programma è il servizio nazionale per l’Educazione che avrà il compito di garantire ai cittadini l’accesso ad una formazione continua e gratuita. Corbyn propone inoltre di abolire le tasse universitarie ponendo fine allo scandalo dell’indebitamento degli studenti universitari e di lanciare una piattaforma multimediale pubblica (una sorta di facebook pubblico) e «banda larga a fibra piena gratuita» per tutti entro il 2030.

Dove trovare i soldi? Per cominciare il leader laburista suggerisce di «tassare per 11 miliardi le compagnie petrolifere e del gas, aumentare dal 19% al 26% l’aliquota sulle imprese, reintrodurre la tassa di successione tolta dal governo conservatore e aumentare le tasse per chi guadagna più di 80mila sterline l’anno». Di tutto questo hanno parlato pochissimo o quasi per niente i giornali italiani, affannandosi piuttosto a rilanciare le accuse di antisemitismo che sono state rivolte a Corbyn dal rabbino capo inglese.

Accuse che il fact checking di Domenico Cerabona smonta meticolosamente su Left.

«Che il rabbino capo inglese abbia tuonato contro Corbyn ed i laburisti non mi stupisce – ha scritto con lungimiranza il novantacinquenne Emanuele Macaluso -. Anche in Italia il cardinale Ruini, quando era capo dei vescovi italiani, sparava contro la sinistra e a favore ovviamente della destra. Lo fa ancora da pensionato».

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 6 dicembre 2019

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