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Si combatte ogni giorno occupando porti e pozzi di petrolio, ovunque si sciopera a tempo indeterminato. I cittadini iracheni chiedono lo smantellamento dell’intero sistema di potere e la fine delle ingerenze esterne, che da queste parti sono essenzialmente due: gli Usa e l’Iran

Migliaia di desideri dai colori fosforescenti, appiccicati sul muro, crescono di numero insieme ai manifestanti che affollano piazza Tahrir a Baghdad dal primo ottobre scorso. È il muro dei desideri, ricoperto di post-it: è qui che i giovani iracheni lasciano i loro sogni, le loro preghiere: «Quando finirà il bagno di sangue?», scrive una mano anonima; «Odiavo l’Iraq, ora ne sono fiera», il messaggio di Fatima, 16 anni.

Il muro dei desideri è una delle innumerevoli creazioni del presidio permanente di Tahrir. Dal 25 ottobre migliaia di persone si sono accampate nel centro della capitale irachena e hanno dato vita a una società in miniatura, egalitaria, antisettaria, profondamente politica e radicale. Il cuore pulsante della macchina organizzativa è il Turkish Restaurant, così viene familiarmente chiamato il palazzo abbandonato che dà sulla piazza. Qui dentro si organizzano i turni di lavoro e ci si riposa.

C’è tanto da fare: distribuire cibo ai manifestanti che ogni giorno si uniscono al presidio; gestire le cliniche mobili dove studentesse di medicina curano i feriti dalla polizia, la libreria nata in queste settimane e i bagni; organizzare l’occupazione dei tre ponti sul Tigri, Jumhuriya, Ahrar e Sinar, che conducono alla Zona Verde, simbolo del potere che si barrica. Eretta durante l’occupazione Usa iniziata nel marzo 2003, è sede del parlamento, dei ministeri e delle ambasciate straniere ed è stata, fino a pochi mesi fa, completamente chiusa ai cittadini di Baghdad.

A quel simbolo di prevaricazione fa da contraltare un altro simbolo, figlio della rivoluzione: il tuk tuk, il tre ruote taxi dei poveri, è divenuto un eroe, il cavaliere della rivoluzione. I suoi autisti, poveri come i clienti, spesso marginalizzati e relegati nei quartieri più miseri delle città irachene, hanno risposto subito…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 6 dicembre 

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