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Travolti dai drammatici avvenimenti del presente, vale ancora la pena di ricordare quel 12 dicembre di mezzo secolo fa e la strage di piazza Fontana? E se decidiamo che sì, è giusto ricordare quei morti dilaniati dall’esplosione alla Banca dell’Agricoltura, ad è giusto ricordare Pinelli e Valpreda, gli anarchici innocenti sacrificati in nome della famigerata pista rossa, allora dovremo per forza pretendere qualcosa di più dalle istituzioni della nostra Repubblica.

Non sarebbe giusto che ancora una volta ci accontentassimo delle normali e mille volte ripetute espressioni di indignazione rispetto a una verità negata: quasi di sorpresa rispetto ai tanti anni trascorsi, alle inchieste e ai processi incapaci di condannare e fare giustizia. Non basta più indignarsi e fingere di non sapere chi furono i veri colpevoli e quanto la bomba di Piazza Fontana abbia influito nei decenni successivi, sulle sorti della nostra democrazia: nata debole e resa ancora più debole dalle conseguenze di scelte fatte tra il ’44 e il ’45, quando a dettare le condizioni furono i vincitori della seconda guerra mondiale.

Condizioni accolte dai vinti senza troppe proteste che hanno però funestato, con una spessa coltre di menzogne di Stato, gli anni della Repubblica. Insomma credo che valga la pena di ricordare l’inizio della strategia della tensione se servirà a superare l’ipocrisia con la quale sono state accantonate nel mezzo secolo trascorso, le gravissime responsabilità del nostro Stato. Sono stati pubblicati molti libri in questi mesi che raccontano la storia delle indagini e di processi impossibili. Ma a noi è sufficiente…

Sandra Bonsanti è tra i relatori del convegno “Noi non dimentichiamo” che si è svoltyo sabato 7 dicembre a Firenze, alla Biblioteca delle Oblate. Interventi, tra gli altri, di Carla Nespolo, Guido Calvi, Stefania Limiti, Miguel Gotor, Giuseppe Nicolosi, Paul Ginsbor

L’articolo di Sandra Bonsanti prosegue su Left in edicola dal 6 dicembre 

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