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Maria Edgarda Marcucci, detta Eddi, Jacopo Bindi e Paolo “Pachino” Andolina sono finiti davanti a un giudice di Torino per aver combattuto in Rojava contro i fondamentalisti dell’Isis. Il pm ha chiesto per loro la “sorveglianza speciale”, una misura fortemente repressiva introdotta nell’ordinamento giuridico italiano durante il fascismo e mai rimossa.
Sara Ligutti ne ha parlato con Davide Grasso, arruolatosi nello YPG curdo nel 2016, giornalista e scrittore

In tribunale per aver combattuto l’Isis. Maria Edgarda Marcucci, detta Eddi, Jacopo Bindi e Paolo “Pachino” Andolina, sono tre ragazzi che, nel 2017-2018, entrarono nel nord della Siria come combattenti e volontari civili al fianco dei curdi del Rojava. E ora – una volta rientrati in Italia – si ritrovano davanti a un giudice del tribunale di Torino. La vicenda è più che surreale. All’inizio di questa settimana, la pm, Manuela Pedrotta, ha chiesto che venga applicata per tutti e tre la “misura di sicurezza preventiva” della “sorveglianza speciale” (due anni per Eddi e Jacopo, uno per Paolo), una misura fortemente repressiva introdotta nell’ordinamento giuridico italiano durante il fascismo e mai rimossa. Adesso, entro 90 giorni, i giudici devono emettere il loro decreto, che, se dovesse accogliere le richieste della pm Pedrotta, risulterebbe in un restringimento gravissimo delle libertà personali di Eddi, Jacopo e Paolo. Ne abbiamo parlato con Davide Grasso, arruolatosi nello YPG curdo nel 2016, giornalista e autore, fra le tante pubblicazioni, del libro Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria (Alegre, 2017).

Prima di tutto: chi sono Eddi, Jacopo e Paolo?
Maria Edgarda Marcucci, detta Eddi, è una ragazza romana che è stata nel 2018 in Rojava, arruolata nell’Unità di Protezione delle Donne (YPJ), mentre Paolo “Pachino” Andolina è stato nell’Unità di Protezione Popolare (YPG), l’esercito curdo gemello della YPJ, che fa parte delle forze Siriane Democratiche. Lì hanno combattuto contro l’ISIS e, in particolare, nel 2017 Paolo ha preso parte alla battaglia per liberare la città di Tabqa. Jacopo Bindi, invece, è stato in Rojava nel 2018 come volontario civile, militando nel Movimento per una società democratica (TEV-DEM) fondato proprio dai curdi del Rojava. Lì ha aiutato le popolazioni civili sfollate e ha contribuito a fare informazione sull’invasione di Afrin per mano della Turchia che era in atto in quel periodo.

Eddi, Jacopo e Paolo, però, non sono sotto processo…
No, non hanno nessun processo a carico per essere stati in Siria, non sono accusati di nulla, non verranno condannati a nessuna pena. Verso di loro è stata aperta una cosa che non è un processo, bensì una procedura speciale. Questa procedura si chiama “misure di prevenzione” e, anziché appurare un fatto avvenuto nel passato ed eventualmente classificarlo come reato, cerca di fare un pronostico sul comportamento futuro delle persone attraverso quello che dovrebbe essere uno studio della loro personalità. Quindi una cosa tipica dei regimi totalitari. E, infatti, è stata introdotta da Mussolini nel 1931 e, benché sia stata modificata nel ’56 e nel 2011, non è mai stata abolita. Ogni tribunale italiano ha una sezione speciale per le misure di prevenzione. Per Eddi, Jacopo e Paolo sono stati elencati una serie di loro comportamenti: il fatto di essere andati in Siria, di avere combattuto contro l’ISIS, di avere usato armi (almeno nel caso di Eddi e Paolo, poi Jacopo era un volontario civile, ma la procura di Torino, non si capisce su quali basi, ha sostenuto che avrebbe imparato a usare le armi in Siria). E poi sono state elencate varie manifestazioni a cui hanno partecipato al ritorno dalla Siria e, tutto insieme, è stato utilizzato per definirli socialmente pericolosi.

Cosa prevede la sorveglianza speciale?
Nel caso venissero messi sotto sorveglianza speciale, Eddi, Jacopo e Paolo sarebbero espulsi dalla città di Torino, dovrebbero eleggere domicilio in un’altra città, che poi non potrebbero più abbandonare (infatti questa è la legge del confino fascista), rimanere a casa dalle 7 di sera alle 7 di mattina, presentarsi regolarmente all’autorità giudiziaria, non potrebbero riunirsi con più di due persone, partecipare a manifestazioni politiche o iniziative pubbliche, verrebbe loro sequestrato il passaporto, annullata la patente (tra l’altro per poterla riottenere dovrebbero rifare l’esame, chiedendo però prima il permesso al prefetto). E, infine, dovrebbero sempre tenere con sé un libretto di colore rosso su cui poi, ogni giorno, la polizia annoterebbe i loro comportamenti. Di nuovo si vede come questa legge sia un’anticaglia che è vergognoso che esista ancora nel 2019, perché ha tutte le caratteristiche di una legge scritta ai tempi del fascismo.

Puoi ricostruirci la storia di questo procedimento?
Questo procedimento – che inizialmente ha riguardato anche me e un altro ragazzo, Fabrizio Maniero – si è sviluppato in maniera piuttosto particolare. Appena iniziato, è caduto martire in Siria un nostro amico, Lorenzo “Orso” Orsetti. Quando è morto Lorenzo, a marzo, c’è stata una grande attenzione sulla questione curda. Questo ha indotto i giudici – che hanno sempre dimostrato di essere molto favorevoli alla procura – a rimandare più volte l’udienza per evitare che ci fosse attenzione mediatica sulla loro decisione. L’attenzione mediatica si è risvegliata a ottobre con l’invasione turca del Rojava. E, di nuovo, i giudici hanno rinviato. Adesso che l’attenzione è calata, hanno cercato di finire tutto in fretta e quindi hanno concluso lunedì le udienze e si sono presi 90 giorni di tempo per decidere il loro decreto (decisione che deve avvenire entro 90 giorni, quindi potrebbe arrivare anche fra una settimana). Questo decreto verrà notificato dalla polizia direttamente alle abitazioni degli interessati.

Su cosa si basano le accuse di pericolosità sociale?
Soprattutto su degli incartamenti preparati dal dirigente della polizia politica di Torino, Carlo Ambra. Questi incartamenti contengono una serie di riflessioni della polizia sui comportamenti di Eddi, Jacopo e Paolo che però non sono mai state corroborate dal giudizio in tribunale, quindi l’avvocato della difesa, Claudio Novaro, ha chiesto che venissero espunte tutte quelle affermazioni della polizia che non hanno mai avuto l’assenso di un giudice, perché potrebbero essere false o parzialmente false. I giudici hanno invece rifiutato di espungere queste affermazioni e hanno quindi deciso di giudicarli sulla base di queste opinioni unilaterali della polizia (nello specifico dell’ufficio politico). In aggiunta, quando l’avvocato Novaro ha chiesto che venissero sentiti dei testimoni su quei fatti – che riguardano in gran parte piccole manifestazioni, presidi, aperitivi politici a Torino – i giudici hanno rifiutato l’80% dei testimoni dichiarandoli irrilevanti, hanno perimetrato persino il tipo di domande che la difesa poteva fare ai testimoni e hanno rifiutato di mettere in controinterrogatorio in aula i poliziotti che avevano fatto quelle affermazioni. Quindi, di fatto, i giudici hanno anche fortissimamente leso il diritto di difesa, che è un diritto umano, un diritto costituzionale, persino in un procedimento che già di per sé è un processo alle intenzioni e perciò è totalmente anti-giuridico da un punto di vista dello Stato di diritto.

Cosa possono fare le persone per non lasciare soli Eddi, Jacopo e Paolo?
Ora che le udienze sono finite e che ci sono 90 giorni per conoscere la decisione dei giudici, il problema è fondamentalmente politico. Quello che si poteva fare in aula da parte della difesa – poco, a causa delle limitazioni di cui sopra – è stato fatto. Invece quello che ancora è necessario fare è mantenere alta l’attenzione sui media e sui social network su questa vicenda e tenersi pronti, soprattutto, a informare e manifestare qualora venisse presa la decisione di applicare, anche soltanto a uno di loro tre, la sorveglianza speciale. Infine, bisogna accompagnare tutto questo con una discussione pubblica su quanto sia legittimo che in Italia esista la possibilità per lo Stato di limitare la nostra libertà senza accusarci di nulla e senza condanne. E se un’eredità del fascismo debba essere conservata nel nostro ordinamento.

 

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