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L’impasse del Labour nelle tradizionali roccaforti del Nord non si spiega solo con la posizione poco chiara sull’uscita dall’Ue. Johnson ha pescato nella working class al di fuori delle aree metropolitane perché il programma di Corbyn era considerato troppo “londinese”

La sconfitta del 12 dicembre ha per il Labour dei risvolti drammatici che vanno al di là dei seggi persi e della grande maggioranza ottenuta da Boris Johnson.
La ragione che rende la sconfitta drammaticamente preoccupante per il Labour è che, a differenza di quelle del 2010, del 2015 e del 2017, ne mette in discussione la natura e persino l’esistenza.

Nel 2010 la sconfitta dei laburisti aveva delle ragioni chiare, analizzabili e affrontabili: il Labour di Blair veniva da tre vittorie consecutive e c’era una naturale voglia di cambiamento, la guerra in Iraq aveva allontanato molti giovani e attivisti e soprattutto la crisi economica aveva picchiato duro ed era facile darne la colpa al governo di turno. Se a questo si aggiungevano due leader rampanti e molto abili come David Cameron e Nick Clegg, contrapposti ad una figura ormai logorata come quella di Gordon Brown, ecco che l’analisi della sconfitta era tutto sommato facile.

Nel 2015 la sconfitta di Ed Miliband sembrava avere ragioni politiche altrettanto semplici: le lotte letteralmente fratricide tra la sinistra e la destra interna del Labour avevano reso la linea politica dei laburisti poco chiara, né moderata né radicale, una via di mezzo che non ha convinto gli elettori anche grazie ai terribili attacchi inflitti dai media al leader laburista, vittima di campagne stampa pesantissime. Già nel 2015, tuttavia, si inserì una variabile di complicatissima gestione e cioè quella dell’insorgere a livello elettorale dei nazionalisti scozzesi che, forti della campagna referendaria del 2014, spazzavano via dalla Scozia – storicamente rossa – i laburisti impartendo a Miliband una sconfitta durissima a livello parlamentare.

Nel 2017 Jeremy Corbyn riuscì in una rimonta clamorosa nei confronti di Theresa May, perdendo di una manciata di voti percentuali e togliendole la maggioranza in Parlamento, una vittoria di Pirro conservatrice che tuttavia ha trasformato i due anni successivi in un estenuante dibattito sulla Brexit e il suo rinvio.
La sconfitta del 12 dicembre invece pone degli interrogativi drammatici e ai quali non c’è un’analisi “facile” da fare. Il tracollo dei laburisti nella red wall, le roccaforti laburiste del Nord Est ex minerario, rischia infatti di…

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola dal 20 dicembre

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