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Da oltre sei mesi la ex colonia britannica è in rivolta contro Pechino. E le proteste proseguiranno ancora. I cittadini chiedono infatti elezioni a suffragio universale. E mandano un segnale preciso: «In gioco c’è la nostra identità»

Sono le prime ore del pomeriggio di un afoso mercoledì di metà giugno quando davanti ai palazzi del potere di Hong Kong la polizia alza per la prima volta la bandiera nera. È il segnale che gli agenti antisommossa sono pronti a sparare i lacrimogeni per respingere i manifestanti che tentano l’assalto al Consiglio legislativo. L’aria è carica di umidità e di tensione, mentre già da alcune ore in decine di migliaia – molti giovanissimi e vestiti di nero – sono tornati a costruire barricate e a occupare la trafficata arteria a otto corsie che passa tra i palazzi di vetrocemento e gli shopping mall di Admiralty. L’obiettivo? Bloccare l’approvazione da parte del mini – Parlamento dell’ex-colonia britannica della controversa legge sull’estradizione verso la Cina che consentirebbe di trasferire hongkonghesi e stranieri di passaggio davanti all’opaco sistema legale della Repubblica Popolare.

«Chit wui, ritiratelo, chit wui», scandiscono in cantonese i manifestanti, mentre una catena umana ben coordinata fa arrivare fino alle prime linee quel che serve per proteggersi dalle nuvole di gas e dagli spray urticanti: ombrelli e impermeabili, elmetti e maschere da sub. Per la prima volta dopo decenni la polizia di Hong Kong – a lungo considerata la migliore dell’Asia – spara pallottole di gomma su una manifestazione, mentre già cinque anni prima l’uso dei lacrimogeni aveva provocato un’ondata di sdegno in città e fatto montare il sostegno popolare per il Movimento degli ombrelli.

Negli ultimi sei mesi – stando ai numeri diffusi dalla polizia all’inizio di dicembre – gli agenti hanno sparato 16mila cariche di gas e oltre 10mila pallottole di gomma. «È chiaro che non sia più un’assemblea pacifica – dirà quel giorno la leader di Hong Kong, Carrie Lam – ma di una rivolta pubblica organizzata». Mai usata durante il Movimento degli ombrelli, la definizione di «rivolta» minaccia pesanti conseguenze legali per chi è in piazza: sulla base di una legge di epoca coloniale le condanne possono arrivare fino a dieci anni di carcere. Dopo l’oceanico e pacifico corteo contro la legge sull’estradizione del 9 giugno – che secondo il Civil human rights front ha visto sfilare oltre un milione di persone: un hongkonghese su sette – sarà però proprio la manifestazione davanti al Consiglio legislativo e la reazione delle autorità a determinare quel che è avvenuto nella metropoli nelle ultime 28 settimane. E che continua. A prima vista gli…

Il reportage di Francesco Radicioni prosegue su Left in edicola dal 27 dicembre 2019

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