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Ogni mobilitazione ha i suoi simboli e i suoi oggetti. Cose di uso comune che spesso vengono sottratte alla loro funzione originaria e reinventate con fini del tutto diversi. Accade anche nell’ex colonia britannica. Ora un’esposizione analizza il fenomeno

Coni, laser, mascherine. La sfida, la battaglia, al di là degli ideali astratti, passa sempre per gli oggetti. Gli stessi mattoni disposti come delle mini-Stonehenge dai manifestanti sull’asfalto per rallentare carri e mezzi pesanti della polizia vengono risistemati, con grandi sorrisi a favore di camera, con malta e cazzuola da operosi militari del governo centrale in brachette corte.

I significati mutano a seconda del contesto, ognuno ci costruisce la narrazione che vuole. Come negli Stati Uniti, anche i meme e la sottocultura internet sono utilizzate come forma di lotta politica. Ma ad Hong Kong la figura di Pepe The Frog, rana verde dall’aspetto grottesco che negli Stati Uniti vuol dire alt-right e suprematismo bianco, qui – forse ignorando il significato che ha oltreoceano – è simbolo del movimento giovanile e della sua lotta per la libertà.

Ogni rivoluzione ha i suoi simboli, e i movimenti di Hong Kong non sono da meno. Nel caso dell’ex colonia britannica, le prime proteste pacifiche del settembre del 2014 sono associate in maniera inscindibile ad un oggetto, l’ombrello, in quel caso di colore giallo sgargiante.

Oggi le proteste si sono evolute rispetto ad allora, e a partire dai timidi appelli iniziali di rispettare la tanto agognata promessa di “un Paese due sistemi”, le richieste si sono fatte via via più ardite. L’annuncio di una legge sull’estradizione unito a violenze e soprusi da parte delle forze dell’ordine ne ha cambiato completamente i toni. La necessità era diventata combattere, anima e corpo, per difendere la propria identità, e quando non ha armi proprie uno inizia a ingegnarsi su come anche un oggetto comune possa contribuire alla causa.

Gli esiti creativi delle proteste erano stati già indagati sia dal New York Times che dal progressista South China Morning Post, che si era soffermato sul racconto di un vero e proprio “team creativo” che curava alcuni degli aspetti dell’estetica artistica dei movimenti.

In un clima sempre più polarizzato, la repressione passa anche per la messa al bando di alcuni oggetti, il cui acquisto o possesso viene limitato. Con le continue perlustrazioni nelle strade e nei campus, girare con determinati oggetti in tasca o nello zaino oggi equivale all’arresto. Anche il solo possedere abiti neri ora significa rischiare.

Le proteste si contaminano l’un l’altra, simboli e riti spesso ritornano nella Storia. Se i manifestanti di Hong Kong hanno deciso di non impiegare gli stessi oggetti dei caçerolazos cileni – pentole e suppellettili usati per fare rumore – movimenti nati per protestare contro il governo autoritario negli anni 70 e riapparsi sulla scena pubblica in tempi moderni contro Piñera, da loro hanno ripreso però alcuni riti. Un esempio sono i “canti delle dieci di sera”. Ogni giorno a quell’ora precisa, nel centro della metropoli, dalla sicurezza dei propri appartamenti, i manifestanti spezzano il rumore del traffico con un vociare continuo: slogan e cori pro-democrazia invadono il centro, «Liberate Hong Kong, rivoluzione ora» gridano e in una città così densa a livello abitativo la cosa fa un discreto effetto.

Terreno di scontro è anche la lingua, con l’imposizione forzata del mandarino (lingua ufficiale della Cina) che tenta in ogni modo di sovrastare il cantonese (parlato dalla gente di Hong Kong, Macao e dalla più ampia provincia del Guangdong), invadendo programmazione televisiva, radiofonica e con un revisionismo che parte dagli stessi testi di studio in uso nelle scuole. Hong Kong è fastidiosa per la Cina continentale anche perché ha università, intellettuali, scuole, e stampa libere.

Ogni protesta ha i suoi simboli, ogni protesta ha i suoi oggetti, e spesso le due cose coincidono. L’estetica, lungi dall’essere un elemento superficiale, si fa concreta, dà forma alle cose. Parte da qui l’idea dell’esposizione Default – A Hong Kong Study, realizzata dal collettivo ferrarese Hpo, ora in mostra nel loro nuovo spazio espositivo. «L’uso creativo di oggetti all’apparenza convenzionali ne modifica la funzione – commentano – i limiti del contesto dato portano a trovare soluzioni che sono tanto rilevanti quanto innovative, un’attitudine nei confronti della realtà strettamente legata alla professione architettonica, il cui scopo principale è proprio il risolvere i problemi o almeno ostinarsi nel tentare».

Tutto può avere una funzione che va ben oltre il suo utilizzo convenzionale: i puntatori laser vengono utilizzati per mettere fuori uso telecamere e sistemi di sorveglianza, i coni della segnaletica stradale vengono utilizzati per attenuare gli effetti dei lacrimogeni, i coperchi dei bidoni della spazzatura e le valigie diventano scudi. E poi c’è l’acqua, che è sia quella usata per lavare gli occhi dai fumi acri dei lacrimogeni, sia intesa in senso metaforico, come nella “predicazione del fluido” di Bruce Lee. Letterale e letterario.

Be water è uno slogan spesso messo in pratica dai manifestanti. Mai stare troppo a lungo nello stesso posto, per evitare sgomberi e attacchi da parte delle forze dell’ordine le manifestazioni devono essere fluide, non statiche, devono potersi muovere, di via in via, di stazione in stazione, da piazza a piazza, proprio come fa un liquido.

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