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Le piazze italiane che sul finire dell’anno scorso sono state invase da giovani donne e giovani uomini riuniti nel movimento delle sardine ci dicono, in modo inequivocabile, che esiste una foltissima popolazione che non condivide affatto il discorso politico cavalcato dalle destre populiste e xenofobe fatto di violenza verbale e slogan tanto semplici quanto privi di intelligenza. Le sardine dimostrano che c’è una popolazione che ha voglia di incontrarsi nelle strade e nelle piazze, che rifiuta una descrizione della realtà e delle persone falsificata e che ha urgente bisogno di contarsi e di gridare «noi non ci stiamo». E una sinistra che verrà – si spera prima o poi – non può perdere questa ennesima occasione. Sembra infatti che alla politica manchi capacità di analisi della realtà e di intercettare interessi e desideri del proprio corpo elettorale. Nei buoni propositi del 2020 bisognerebbe che, oltre a mettere da parte leaderismi personali e tendenze scissionistiche, la sinistra cominciasse a leggere o rileggere alcuni autori che studiarono, teorizzarono e lottarono in quei terribili anni Venti del ‘900 che videro in Italia e in Europa l’affermazione dei partiti nazi-fascisti e la fine del sogno rivoluzionario sovietico. Le tragiche analogie storiche tra ieri e oggi, oltre a preoccuparci, dovrebbero infatti stimolarci a studiare quel passato per almeno tentare di non ripetere gli errori di un tempo.

Ripescare quei pensatori che riflettevano sui motivi di una crisi politica e sociale che la sinistra di allora non seppe interpretare, facendosi strappare di mano una società civile desiderosa di essere compresa nelle sue angosce del dopoguerra e spianando la strada all’avvento dei populismi totalitari. E allora prima di tutto bisognerebbe andare a rileggere la Rivoluzione liberale di Piero Gobetti che rifletteva proprio sulla «anomalia italiana» che non aveva saputo completare il proprio risorgimento e aveva mantenuto una divisione nord-sud che faceva del nostro stivale una penisola troppo eterogenea dal punto di vista economico, culturale, linguistico per poter parlare di sentimento italiano (oggi potremmo domandarci perché si fa tanta fatica a “sentirci europei”). A un secolo e mezzo dall’avvenuta unità d’Italia scopriamo ancora che il sud è nettamente scollato dal resto della penisola e sta letteralmente sprofondando in termini sia sociali che economici. E Gobetti, a soli vent’anni, rifletteva sulla mancanza di “autonomia” degli italiani e sul loro bisogno di mettersi sotto l’ala protettiva dell’uomo forte, del padre padrone. Gobetti allora insisteva sulla capacità di indignazione che andava instillata al posto di quello spirito di rassegnazione tipicamente italiano. A tal fine l’intellettuale torinese portò avanti una vera e propria mobilitazione culturale (a soli vent’anni aveva diretto un giornale, fondato una rivista e una casa editrice) perché la lotta per la libertà non è qualcosa di astratto, ma qualcosa che si radica nelle coscienze degli esseri umani. Per lui la rivoluzione doveva avvenire a partire dal basso, dagli individui e non essere proposta dall’alto, dalle mani di un partito. Una rivoluzione che doveva essere guidata dalla classe operaia del nord d’Italia perché secondo lui l’immaturità economica andava di pari passo con una maggior adesione al fascismo.

Ecco perché si incontrava con il pensiero di Gramsci che allora capeggiava l’occupazione delle fabbriche torinesi. La guerra al fascismo si compiva per entrambi a suon di intelligenza e cultura. Occorrerebbe recuperare poi quella tradizione socialista limpida e fiera di Giacomo Matteotti che osò sfidare la violenza e l’antiparlamentarismo di Mussolini e delle sue camicie nere. Quel Matteotti che fu lasciato solo dai compagni socialisti che dopo il suo assassinio attuarono la “secessione dell’Aventino” lasciando gli scranni del Parlamento vuoti in segno di protesta, ma, di fatto, sgomberando il campo al regima fascista. Rileggere Salvemini e le sue analisi sul sud d’Italia e gli scritti su Le origini del fascismo in Italia e poi ancora Carlo Rosselli e il suo socialismo liberale che si interrogava se il marxismo e la sua filosofia non ingabbiassero troppo la storia in un determinismo che allineava i fatti secondo schemi e previsioni meccaniche che perdevano di vista l’azione imprevedibile degli esseri umani. Autori che facevano incontrare tradizione socialista e tradizione liberale all’insegna di un pensiero laico che osteggiava fortissimamente qualsiasi potere burocratico e religioso, che pretendeva unità nella lotta antifascista e fermezza assoluta di posizioni. Quella tradizione che persistette fino al secondo dopoguerra nel Partito d’azione e in autori quali Guido Calogero, Norberto Bobbio, Altiero Spinelli…, ma che fu poi messa fuori gioco dai due grandi Moloch del Partito comunista di Togliatti e della Democrazia cristiana che monopolizzarono l’intera scena politica dagli anni Cinquanta fino al crollo del muro di Berlino. Oggi dopo la caduta delle ideologie risulta invece fecondo andare a studiare chi quelle ideologie le aveva criticate e, al tempo stesso, si era posto una domanda fondamentale: “Dove abbiamo sbagliato?”. Riscoprire quei pensatori liberi, privi di collusioni con i poteri forti, coerenti nella vita e nel pensiero, e proprio per questo messi a tacere, è un dovere intellettuale e restituisce un’identità culturale a chi voglia mettere in campo, contro questa destra becera, ignorante e violenta, un discorso politico alternativo.

L’editoriale di Elisabetta Amalfitano è tratto da Left in edicola dal 3 gennaio

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