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Nella regione del Gansu terminano le estremità occidentali della muraglia cinese, il limite estremo dove inizia l’immenso altopiano del Tibet e a nord il deserto dei Gobi. Gli antichi viaggiatori diretti ad oriente, si lasciavano alle spalle il deserto del Taklamakan e lungo il corridoio del Gansu raggiungevano l’attuale Lanzhou e poi proseguivano per le grandi città imperiali.

Sulle rive del Fiume giallo, Lanzhou si conquistò l’appellativo di città dorata grazie alla prosperità dei suoi commerci e alle ricchezza di materie prime. Ancora oggi è un hub strategico per commercio e trasporti ed un enorme polo nell’industria pesante, nel tessile, nella raffinazione e nel petrolchimico.

Uno skyline di grattacieli, gru e ciminiere. Eppure poche centinaia di chilometri sono sufficienti per abbandonare completamente l’area urbana e catapultarsi ad oltre tremila metri in remoti villaggi popolati da monaci, studenti, pastori, nomadi e gli Hui, antica popolazione mongola/turca di fede musulmana. Terre selvagge, autentiche e dal fascino immutato.

La Via della seta non fu solo scambi commerciali, fu mescolanza di ideologie e credenze, contaminazione e diffusione di filosofie e culti. Fu così per…

Il reportage di Sandro Montefusco prosegue su Left in edicola dal 3 gennaio

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