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Si discute se sia stato il momento giusto per far saltare in aria un uomo trasformando l’Iran in una polveriera e sono rarissimi coloro che si rifiutano di intrufolarsi nella discussione inquinata chiarendo che no, quello non è mai un metodo giusto

Immaginate di essere in ufficio, stamattina, a discutere di quel folle di Trump, delle nefandezze di Soleimani, della guerra che si sta accendendo, dell’ennesima prova di esportazione della democrazia che altro non è che un turpe calcolo utilitaristico sulla prossima campagna elettorale e sui proventi dei signori della guerra e immaginatevi mentre ribadite che l’Italia ripudia la guerra e che il fine della politica internazionale sia la pace. Provate a pronunciare la parola pace, in queste oree notate come venite guardati di sbieco.

Immaginate di raccontare a qualcuno che c’era in giro un tizio sconveniente, probabilmente un assassino, che non riuscivate proprio a sopportare, che non avevate voglia di affidare ai normali meccanismi della giustizia e della diplomazia e che sotto le feste l’avete fatto saltare in aria. Pensate di dichiararlo al mondo e di riceverne applausi.

La grandezza (feroce e vergognosa) della guerra è che l’attacco militare è solo un piccolo scorcio della grande operazione che viene messa in atto: fare la guerra significa violentare il dibattito internazionale facendo perdere di vista i valori generali e costringendo tutti ad occuparsi solo di aspetti particolari. Si discute se sia stato il momento giusto per fare saltare in aria un uomo trasformando una nazione in una polveriera e sono rarissimi quelli che si rifiutano di intrufolarsi nella discussione inquinata chiarendo che no, non è mai il metodo giusto.

Ci si fa confondere con un attacco travestito da legittima difesa e si ascolta il presidente Usa dichiarare che non sopporterà attacchi nemici anche se, a ben vedere, nell’ottica distorta della guerra sarebbero una difesa.

Diceva Lutero: «La pace è più importante di ogni giustizia; e la pace non fu fatta per amore della giustizia, ma la giustizia per amor della pace». Ogni volta che la leggo mi sembra illuminante. Questi non hanno nemmeno il coraggio di pronunciare la parola “pace”. Stanno così: a grufolare tra le ghiande che ci hanno messo a disposizione per illuderci di decidere.

E mi viene una malinconia per il pacifismo, per quello che è stato e per i grandi interpreti che ha avuto. Chissà quando ci accorgeremo dei danni culturali che il cattivismo ha provocato.

Buon martedì.

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