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Erano passate poche ore dalle prime agenzie che battevano l’uccisione di Qassem Soleimani a Baghdad che le azioni delle compagnie militari nordamericane avevano già fatto il salto: Lockheed Martin +3,6%, Northrop Grumman +5,4%, per citarne un paio. Quando c’è odore di guerra, l’industria bellica si frega le mani. E odore di guerra, all’alba di questo 2020, il Vicino Oriente lo sta già respirando.

Il nuovo anno si è aperto con due fronti di conflitto: Libia e Iraq. Ad accenderli due falchi, il presidente turco Erdogan e lo statunitense Trump. Entrambi mossi da interessi di parte, che sia mettere un piede nel basso Mediterraneo per il primo o calcoli economici e di alleanze regionali per il secondo. «Abbiamo agito la scorsa notte per fermare una guerra, non per iniziarla», ha detto il 3 gennaio Trump in conferenza stampa, con il corpo del generale iraniano Soleimani ancora caldo. Il giorno dopo il Pentagono ha annunciato l’invio di altri 3.500 marines in Medio Oriente, mentre i cittadini americani in Iraq – lo staff dell’ambasciata e i dipendenti delle compagnie petrolifere a sud – venivano evacuati in fretta.

Il 5 gennaio Trump faceva l’elenco dei 52 siti «importanti per l’Iran e per la cultura iraniana» che i suoi caccia potrebbero colpire (52 come gli ostaggi americani presi dopo la rivoluzione khomeinista del 1979) e twittava deliri («Gli Usa hanno appena speso 2mila miliardi di dollari in equipaggiamento militare. Siamo i più grandi, i migliori del mondo! Se l’Iran attacca una base Usa, o qualsiasi cittadino Usa, invieremo alcune di queste meravigliose nuove attrezzature!»). Che il tycoon non volesse una guerra non ci crede nessuno, da quando è salito al soglio della Casa Bianca lavora alacremente per trascinare l’Iran in un conflitto.

Non ci credono gli…

L’inchiesta di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 10 gennaio

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