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I padroni del pianeta sono così preoccupati per «i rischi globali» (causati da chi? È un mistero) che nel loro incontro annuale di Davos annunciano il «Manifesto per un mondo coeso e sostenibile».

Chi possiede tutto controlla anche teste e stomaci. Dunque fra le nevi di Davos pensano già a come darci cibo… senza agricoltura. Infatti la Fao ci ha avvisati: «continuando il ritmo di degradazione degli ultimi 40 anni, entro i prossimi 60 anni saremo fisicamente rimasti senza terra fertile per coltivare». Per questo Mauro Balboni titolò Il pianeta mangiato (Dissensi editore) il suo bel libro che vale recuperare per avere un quadro d’insieme, magari leggendolo in accoppiata con I signori del cibo: viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta (Minimun fax) di Stefano Liberti.

Ma se i campi e gli orti si svuotano di cos’altro possiamo cibarci? Interessante il mix inventato da Yossorian, uno dei protagonisti di Comma 22, splendido romanzo antimilitarista di Joseph Heller. «Ho tritato centinaia di pani di sapone militare insieme alle patate al solo scopo di dimostrare che la gente ha gusti filistei e non sa distinguere fra ciò che è buono e ciò che è cattivo». Tutta la squadriglia finisce in ospedale, e Milo gli replica: «Si è dovuto rendere conto quanto la sua opinione fosse sbagliata». La risposta di Yossorian è secca: «Al contrario, ne divorammo piatti interi chiedendo a gran voce che ce ne portassero ancora». Accade già con il cibo-spazzatura: ci piace la merda se è luccicante, pubblicizzata e nociva. Sempre in Comma 22 Milo propone alla mensa «cotone (egiziano) ricoperto di cioccolato» e soprattutto «compra uova a Malta per 7 centesimi l’una per rivenderle a Pianosa per 5 cent, guadagnandoci su» che è decisamente il trionfo del capitalismo-discount.

Noi abbiamo oggi il cibo di plastica e quello bio (o preteso tale). E almeno nella parte ricca del mondo su questo c’è scontro politico-culturale. Ma la tavola è sempre stata e resta un campo di battaglia. Per evidenti ragioni: chi mangia e chi no; chi si ammala per i veleni nel piatto e chi si nutre in modo sano. Ma anche per le imposizioni-sperimentazioni (ogm in testa) a vantaggio di pochi; per i veleni nei campi e nei conservanti; per questioni intricate che si legano a identità, insicurezza e/o dittatura dell’immagine traducendosi nell’aumento di anoressia e bulimia; per la sacrosanta lotta contro la Cacca-Cola, il Mc-disgusto o i vari Neskifezzè; per i tentativi di dare un salario equo a chi lavora nei campi (o nelle cucine globali) e viene sfruttato fino alla schiavitù.

E domani? Nel futuro prossimo (domattina forse) avremo i negozi di cibo sorvegliati da guardie armate cone fossero gioiellerie o banche. Lo aveva profetizzato, nel 1966, il romanzo Largo, largo di Harry Harrison.

Fantascienza anche quel che accade su Arret, strano pianeta mezzo incubo e mezzo utopia. Ricco di acqua ma con metà popolazione assetata mentre l’altra metà gode di acquedotti e comodissimi rubinetti. La cosa più assurda è che su Arret un gruppo di vampiri possa imbottigliare l’acqua, trasportarla da una parte all’altra (su veicoli inquinanti) per venderla, a caro prezzo, alle stesse persone che potrebbero berla, quasi gratis, a casa loro. Provate per un attimo a supporre che i governi li lascino fare e che la gente ci caschi. Impossibile vero? Un mondo a rovescio, proprio come il nome Arret…

Nel racconto “La bibita speciale del cercatore minerario” siamo invece su un pianeta arido e disabitato. Però il protagonista riesce a rinvenire tali quantità di materiale prezioso che finalmente può ordinare sulla Terra, attraverso un «trasmettitore di materia», la sua bibita preferita, purtroppo costosissima in quell’angolo dell’universo: «n semplice ma agognato bicchiere di acqua fresca». L’idea è di Robert Sheckley e qui davvero siamo nella letteratura fantastica.

Ancora fantascienza. Immaginate che i corsi organizzati da una multinazionale dell’ingozzarsi (una a caso: Mc Donald) diventino in un Paese compiacente (che so? l’Inghilterra) titolo di studio. Vi chiederete se questo orrore sia nelle pagine del meraviglioso romanzo I mercanti dello spazio di Pohl e Kornbluth, scritto nel lontano 1952. Macché, è accaduto nel gennaio 2008 sulla più grande isola monarchica del pianeta Terra.

È il mondo reale anche quello dove il prussiano Bismark, tempo prima, si era lasciato scappare che i cittadini non dormirebbero tranquilli se venissero a conoscenza di come davvero si fanno le leggi… e i cibi.

Forse a Davos fra tanta modernità, filantropia e un pizzico di fantascienza potrebbero recuperare anche un progetto – anzi Una modesta proposta – del 1729, formulata dallo scrittore (e pastore anglicano) irlandese Jonathan Swift. L’idea è tutt’altro che modesta: vuole impedire che i bambini della povera gente siano di peso per i loro genitori o per il Paese, e anzi risultino utili all’intera comunità. «Un metodo onesto, facile e poco costoso» per risolvere in un colpo solo le tragedie della povertà e della sovrappopolazione. Il colpo di genio è questo: ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi. Si risparmierebbe alle famiglie (e a un eventuale Welfare State) il costo del nutrimento dei figli fornendo loro una piccola entrata aggiuntiva, si migliorerebbe l’alimentazione e si contribuirebbe al benessere economico dell’intera nazione. Swift offrì un supporto statistico e precisò il numero di bambini da vendere, il loro peso e il prezzo suggerendo persino alcune ricette per preparare questo tipo di carne, particolarmente tenera. I tempi forse non erano maturi nel 1729 ma oggi è una tentazione forte per i padroni del cibo: altro che alghe, formiche o polli fatti in laboratorio. C’è anche una suggestione femminista ante litteram in Swift che a Davos potrebbe piacere: la «modesta proposta» avrebbe effetti positivi in famiglia costringendo i mariti a trattare le mogli con maggior rispetto.

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