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Nei giorni scorsi il Corriere della Sera, in vista del voto in Emilia, ha titolato “Sardine, la grande festa (e la paura) ” dove abbiamo letto: «Le paure si esorcizzano meglio sentendosi moltitudine … e di paura, tra il pubblico, ieri, ce n’era davvero tanta». Questo termine, la paura, si ripropone di grande attualità come categoria dell’analisi politica. Non solo per quanto le competizioni regionali di quest’anno che potrebbero fare scaturire sviluppi inattesi. Lo stesso Governo Conte due  è nato e poggia  buona parte della sua consistenza sul timore che una possibile tornata elettorale nazionale possa vedere avvantaggiata la Lega di Matteo Salvini, come molti sondaggi lasciano intendere. L’azione politica dunque estende i suoi perimetri verso dimensioni non più e non solo programmatiche, sulle proposte con le quali si ricerca il consenso e quindi il voto popolare ma verso i comportamenti individuali e collettivi, verso meccanismi complessi di diffusione e percezione della realtà, sull’uso di linguaggi e di “racconti” graniticamente mediatici, in altre parole fondati su un uso massiccio e intensivo della comunicazione audiovisiva. In questa chiave si può leggere la “fortuna” di chi ha saputo, forse per primo in Italia, utilizzare le nuove forme e gli strumenti di comunicazione elettronica meglio di molti altri. La combinazione di tecnologie, scelta dei contenuti, tempi di esposizione e modalità “narrative” sembra costituire la combinazione perfetta del nuovo manuale di comunicazione politica.

In questi termini si colloca, in primo luogo, la televisione. Nei giorni scorsi l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AgCom) ha segnalato per l’ennesima volta la violazione degli  obblighi imposti dalla Legge sulla par condicio. L’Autorità si è rivolta a Rai, RTI, La7 e Sky affinché  «provvedano ad assicurare nei notiziari un’immediata e significativa inversione di tendenza rispetto a quanto rilevato nel trimestre settembre-novembre 2019 … in particolare, i tempi fruiti da alcuni soggetti politici non sono risultati coerenti con le rispettive rappresentanze parlamentari». Il meccanismo è molto semplice: invadere lo schermo in ogni modo, circostanza e occasione a partire dai telegiornali anzitutto ma senza disdegnare l’intrattenimento e se necessario pure i documentari. Attenzione: il problema non è solo la persona (in questo caso Salvini che da solo ha occupato nei Tg due volte il tempo di Di Maio e tre volte quello di Zingaretti) ma il come, quanto e dove il “racconto” sociale, culturale  viene svolto. Ad esempio, il tema migranti non richiede un volto particolare per suscitare “timore” o allarme e non è necessario mostrare immagini “minacciose” per suscitare emozioni in grado di modificare la percezione del problema.  È sufficiente la continua, martellante, ossessiva riproposizione del problema stesso per farlo apparire, per essere percepito, come più rilevante rispetto ad altri. La televisione dunque costituisce il primo livello d’interazione tecnologica della comunicazione politica che, nella declinazione successiva, inserisce l’uso dei cosiddetti ”social”. Sempre più spesso, infatti, è facile vedere in un telegiornale l’inserimento di dichiarazioni provenienti da Facebook piuttosto che da Twitter. Quest’ultimo, in particolare, si presta perfettamente per l’uso televisivo: anzitutto per i tempi, dettati dal numero delle battute che si possono utilizzare, e poi per l’immagine che viene proiettata a supporto del testo, il tutto a costo pressoché zero.

Come abbiamo prima accennato, sembra che siano i telegiornali la preda più appetibile della comunicazione politica: vedi pure l’attuale contesa per la nomina dei direttori delle testate Rai, dove ogni schieramento partitico vorrebbe intestarsi una casella a sua immagine e somiglianza. Al contrario di quanto avviene per le testate giornalistiche stampate dove, per quanto si legge su YouTrend, hanno subito una drastica riduzione delle vendite: vedi esempio del Corriere della Sera, passato dalle oltre 620 mila copie nel 2003 a 212 mila nel 2018.

È in corso una mutazione genetica importante nella composizione del pubblico televisivo e nelle modalità di fruizione delle notizie: i giovani da tempo sono orientati a comporre una personale “dieta” informativa che non vede più la televisione al suo centro. I dati ci dicono che i giovani fino a 35 anni  s’informano e si documentano, verificano e controllano i fatti, attraverso i cellulari, i tablet, il computer mentre gli “anziani” sono rimasti con telecomando adagiati sul divano di casa.

Interessante una notazione su Tik Tok, una nuova App oggi di grande successo, in particolare tra i cosiddetti “millennials”. Ancora una volta, il primo ad esplorare questo nuovo territorio come pure avvenne con Twitter (con il suo buon maestro Donald Trump),  è stato il leader della Lega che, seppure non raggiunge cifre di followers di grande rilievo ha colto il risultato di aprire il fronte della ricerca del consenso, del gradimento “simpatico” attraverso un linguaggio meta politico composto più di gesti e ammiccamenti che non di proposte. I pochi secondi a disposizione non consentono, infatti, la formulazione di un messaggio compiuto ma potrebbero essere sufficienti a renderlo più simile, umanamente più leggibile e quindi “vicino” a chi dovrebbe votarlo.

Questo il contesto mediatico della paura e di come possa essere utilizzata in modo scientifico, razionale e pianificato. Si tratta di una nuova “arma di distrazione di massa” dai potenziali devastanti, nell’intensità e nell’estensione. La politica ne ha fatto strumento “moderno”  e adattato ai nuovi paradigmi della civiltà contemporanea che poggia sulle immagini il suo capitello granitico. Alcuni anni addietro fu coniato il neologismo Paurismo. È di grande attualità e oggi potrebbe costituire un nuovo programma politico.

Per approfondire:

Gli italiani e le paure

Lo scorso ottobre Italiani.coop  (1) ha reso note le ultime rilevazioni sulle paure degli italiani sul Web effettuate attraverso le query di Google Trend ed emergono informazioni interessanti. Al netto dei timori privati o personali (animali, volare, il dentista o i clown) quelli riferiti ai sentimenti  più marcatamente “sociali” come la paura, la  gioia, la sorpresa, la rabbia, la tristezza e il disprezzo (vedi la classificazione di Paul Elkan) nel corso degli ultimi dieci anni hanno subito profondi mutamenti. Tra questi, il termine che ha avuto più attenzione  è stato esattamente la paura che da sola occupa più del 50% delle ricerche. Dal 2007 al 2019 il timore di perdere il posto di lavoro passa dal 3° posto al 25°, la paura del prossimo futuro scende di 6 posizioni mentre un timore associato, il cambiamento, sale dal 23° al 18 posto insieme alla solitudine che sale di una posizione rimanendo tra i timori più diffusi. La paura degli stranieri nonostante il grande clamore mediatico, rimane stabile in fondo alla classifica e si attesta dal 36° al 37° posto.

Pochi mesi dopo giunge la 53a  edizione del Rapporto Censis (2) dove ogni anno si fotografa la situazione del paese nelle sue principali connotazioni sociali, economiche, culturali e politiche. A proposito di paura si legge: “Sfuggiti a fatica al mulinello della crisi, adesso l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista” e più avanti “E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). Del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 di più di tre anni fa). Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada”.

Una ulteriore informazione sulle paure degli italiani  si può trarre  da alcuni dati forniti dal Ministero degli Interni  (3) a fine maggio dello scorso anno: “-9,2% i reati in generale in Italia, -15% gli omicidi, le violenze sessuali e i tentati omicidi. In calo anche le presenze di stranieri in accoglienza -31,87%: dalle 170mila al giorno, rilevate al 13 maggio 2018, alle 115.894 conteggiate al 13 maggio 2019”.

Infine, interessante riportare i numeri proposti dalla ricerca Demos&Pi lo scorso anno (pubblicato sul sito di AgCom) dove vengono confrontate le serie storiche degli ultimi dieci anni dove si legge che mentre rimane pressoché stabile l’insicurezza globale (ambiente e natura, guerra, alimentazione e globalizzazione) scende di rilievo l’insicurezza legata alla criminalità (furti, rapine aggressioni etc). più dettagliatamente: le fasce di età maggiormente “preoccupate” sono comprese tra i 25 e i 54 anni e i temi più avvertiti e in crescita sono quelli sull’ inefficienza e corruzione politica  seguiti dalla criminalità. (4)

(1) https://www.italiani.coop/una-cronaca-che-fa-paura/

(2) sintesi 53° Rapporto Censis  http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani

(3) https://www.interno.gov.it/it/notizie/reati-92-3187-presenza-stranieri-i-dati-2019-viminale

(4) http://www.demos.it/2019/pdf/49772019_rapporto_sicurezza_demos_unipolis.pdf

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