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L’averlo conosciuto, visto, ascoltato è stato un privilegio che soltanto una anagrafe compiacente ci ha riservato. E quando a quindici anni mi ritrovai al Bar dello Sport a due passi da piazza Aranci insieme a chissà quanta altre persone, come se fossimo sulle gradinate del Santiago Bernabéu, erano le otto di sera dell’11 luglio 1982. Da li a poco Arnaldo César Coelho avrebbe fischiato l’inizio di Germania-Italia la finalissima del campionato del mondo. Si respirava un’aria densa di tensione e di speranza perché anche il calcio sa regalare emozioni forti e quelli erano anni in cui la voglia di ritrovar sorrisi da condividere dentro il diventare realtà di sogno collettivo ci fece stringere vicini vicini con gli occhi piantati dentro il piccolo schermo delle prime TV a colori e con le dite incrociate. Il primo tempo passò tra sussulti e imprecazioni quando al 25’ il bellissimo terzino azzurro poco più che ventenne Antonio Cabrini ciabattò un rigoraccio che finì fuori dalla porta teutonica. Roba da infarto. Tutta la magia di quella notte infinita scoccò nel secondo tempo e fu un crescendo di emozioni, di urla, di abbracci e lì, quella sera, se mai ce ne fosse stato bisogno, trovammo la spiegazione del perché il “nostro” presidente Pertini fu il più amato dagli italiani. Al 12’ del secondo tempo Pablito Rossi la buttò dentro alle spalle del portierone tedesco Schumacher, follia collettiva e in tribuna il Presidente cominciò a scalpitare impertinente, spontaneo, diretto, adorabile, ineguagliabile ed ineguagliato. Ma non era finita. Trascorsero altri dodici minuti e lo stinco del numero 14 azzurro fece due a zero; e mentre Tardelli galoppava urlante a braccia aperte in mezzo al prato, sugli spalti il Presidente si dimenticò del protocollo (che lo avrebbe voluto sorridente e composto) e balzò in piedi come tutti noi, perché Pertini era uno di noi, in una gioia incontenibile dentro una bolgia incredibile e un tripudio di tricolori al vento.

In quel momento, orgogliosi di essere italiani e orgogliosi di avere un partigiano-presidente che a quella bandiera aveva donato tutto se stesso, ci riversammo come un fiume in piena nelle strade e nelle piazze a festeggiare tutti insieme. A festeggiare nello stesso modo con cui, dopo l’umiliazione criminale del ventennio fascista che portò l’Italia in guerra riducendola in miseria, il 25 aprile del 1945 Sandro Pertini fu festeggiato entrando a Milano che lui stesso a capo del Comitato di Liberazione nazionale aveva contribuito a liberare insieme a Ferruccio Parri ed altri partigiani. Per regalarci così, grazie alla Resistenza, un’Italia finalmente liberata, democratica ed antifascista. Sandro Pertini per la sua storia privata e pubblica, per il suo rigore morale e il suo essere un “combattente” per la democrazia e uno strenuo difensore della Costituzione raccolse in vita una profondissima stima diffusa e trasversale al punto che anche un (ex?) fascista e uomo di destra come il giornalista Indro Montanelli scrisse sul Corriere della sera del 27 ottobre 1963: “Non è necessario essere socialisti per amare e stimare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità”.

A quel tempo invece, non era ancora nato il giovane consigliere comunale leghista di Massa, che seppur tardivamente (e sommerso dalle critiche) ha pure chiesto scusa dopo aver scritto di Pertini in un suo post (poi rimosso) che «lo stesso Sandro Pertini capo partigiano che uccise una marea di persone accusate di essere fasciste…». Ed ancora: «Lo stesso Sandro Pertini che annunciò di essere un “brigatista rosso». E non era nata nemmeno la Lega Nord (quella secessionista che col tricolore ci si puliva il c**o), quando il presidente-partigiano divenne il “più amato dagli italiani”. Ma che dire delle esternazioni del giovane consigliere comunale leghista di Massa? Che non sempre la veemenza giovanilistica corrisponde a quell’entusiasmo che, in politica, deve animare il mettersi al servizio degli altri con passione ed intelligenza. E questo è il suo caso.

A lui, prima di ogni altra cosa sarebbe servito un “misuratore” del senso del limite e del buon gusto. Così come gli sarebbe servita quell’umiltà propria dell’ultimo arrivato utile a calibrare al meglio il delicatissimo equilibrio tra lo starsene zitto e il proferir scempiaggini. Ed infine, ma non per ultimo, potrebbe sforzarsi di trasformare la propria ignoranza in una opportunità per studiare e, soprattutto, per crescere. Ma dovrebbe anche avere il coraggio di dimettersi. Com’è noto, ce lo ricorda l’articolo 54 della “nostra” Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…”. A lui e solo a lui spetta questa decisone senza però dimenticare il monito di Socrate: «È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza». A tutti gli altri il compito di difendere la nostra storia dando valore alla memoria e, soprattutto, creando esemplarietà proprio come diceva Sandro Pertini parlando delle ragazze e dei ragazzi: «I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo». Parafrasando il «campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo» di Nando Martellini …facciamolo, facciamolo, facciamolo!

Maurizio Bonugli, Laboratorio politico Left Massa-Carrara

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