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La carta del XVII secolo che fa riferimento alla “Maddalena in estasi” è autentica. Nuovi studi confermano l’attribuzione del quadro al Merisi, come aveva ipotizzato Mina Gregori

Il 29 luglio 1610 Deodato Gentile, nunzio apostolico a Napoli, scrive al cardinale Scipione Borghese che Caravaggio aveva perso la vita pochi giorni prima non a Procida, come si credeva, ma a Porto Ercole dove, scarcerato dalla fortezza di Palo in cui era stato rinchiuso dopo essere sceso dalla feluca, era giunto nel torrido clima di quel luglio 1610. Ma la notizia che interessava davvero il cardinal Borghese, avido collezionista di Caravaggio, era un’altra.

Dei quadri con i quali il pittore si era imbarcato alla volta della capitale dello Stato pontificio soltanto tre erano stati ricondotti indietro, nel palazzo della marchesa Costanza Colonna a Chiaia: «I doi San Giovanni e la Maddalena». È il 1991 quando Vincenzo Pacelli pubblica questa ed altre lettere di Deodato Gentile ed è la prima volta che la Maddalena in estasi di Caravaggio, di cui erano note diverse copie disseminate tra Francia, Spagna, Russia e Italia, viene menzionata come presente a Chiaia in casa della marchesa protettrice del pittore lombardo.

Un foglio di piccolo formato, ritrovato nel palazzo dei conti Pacelli in cui era conservato anche il dipinto della Maddalena in estasi scoperto nel 2014 da Mina Gregori, esperta di fama mondiale della pittura di Caravaggio, e da lei attribuito all’artista, reca la scritta: «3. di 19 Madalena roversa di Caravaggio a Chiaia, ivi da servare pel beneficio del Cardinale Borghese di Roma ff.(fidem facio)».

Il testo collima perfettamente con quanto il nunzio apostolico riferiva a Scipione Borghese, al quale Gentile farà arrivare nel 1611 il San Giovanni Battista oggi in Galleria Borghese. Dell’altro San Giovanni Battista e della Maddalena si perdono le tracce. Il quadro della Maddalena Gregori, compare in mostra al Western Art Museum di Tokyo nel 2016 e al museo Jacquemart-André di Parigi nel 2018 con un’attribuzione a Caravaggio da consolidare anche perché nulla si sapeva fino a sei mesi fa della storia del quadro.

Insieme a Francesca Curti, mettendo a frutto le reciproche competenze di specialista di documenti e di storica dell’arte che già nel 2011 hanno portato alla scoperta di documenti che gettano nuova luce sull’esordio romano dell’artista lombardo, abbiamo condotto una campagna di ricerche incentrata sia…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 31 gennaio

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