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Le cronache di questi giorni ci restituiscono una situazione agghiacciante: le donne muoiono, uccise dai propri compagni o ex compagni, con una frequenza impressionante. È la prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 44 anni. Pensiamoci. Tutti chiedono leggi più severe, interventi legislativi risolutivi. Ma le leggi ci sono. La loro applicazione (quando sono applicate) permette una buona ed efficace risposta sia preventiva, in termini di misure cautelari, sia repressiva, in termini di condanna, ma ciò non scalfisce minimamente l’ondata omicida. In questo campo la funzione cosiddetta general-preventiva della sanzione penale, che dovrebbe fungere da deterrente per le condotte sanzionate, non funziona: perché?

Perché il problema è culturale e medico, non giuridico. Sì, ribadiamo: culturale e medico. Se tutti gli operatori di settore sono d’accordo nell’individuare nella cultura patriarcale, e nei rapporti di forza patogeni tra uomo e donna che questa determina, l’humus in cui sviluppano le violenze di genere, quegli stessi operatori rifiutano di scandagliare le risultanze psicopatologiche individuali che si sviluppano e fanno da molla ai comportamenti violenti dell’uomo sulla donna, nella convinzione che l’indicazione della patologia possa…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 7 febbraio

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