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Ora pende la duplice spada di Damocle del taglio dei parlamentari e dell’autonomia differenziata. A ciò si aggiunge la mancanza di una legge sullo ius soli. Mai ratificata anche la convenzione europea del ’92 che prevede il voto locale degli stranieri

Il pubblico riunito nella sala di una libreria milanese a gennaio non credeva alle proprie orecchie. Maurella Carbone, cittadina italiana ma residente a Francoforte da decenni, stava illustrando l’ordinamento della Rappresentanza comunale degli stranieri di quella città, di cui è stata membro per quindici anni. Dunque, in Assia, il Land di Francoforte, ogni comune con una presenza di stranieri a partire dai mille residenti è obbligato a istituire una rappresentanza elettiva. A Francoforte si ottiene il diritto di voto dopo tre mesi di residenza. Gli eletti intraprendono autonomamente vari progetti all’interno di un budget prefissato (tra cui un incontro annuale di accoglienza dei nuovi venuti) e deliberano su questioni riguardanti gli stranieri. La loro funzione è formalmente solo consultiva, tuttavia essi lavorano assieme ai membri del Consiglio e della Giunta comunale (che magari hanno la cittadinanza di un Paese dell’Unione europea, o hanno preso la cittadinanza tedesca); questo evita che la Rappresentanza si riduca a un ghetto, e la rende parte integrante della vita cittadina.

Il confronto con l’Italia è impietoso. Anche da noi sono state istituite in passato le consulte comunali per gli stranieri, previste peraltro da una convenzione del Consiglio d’Europa. Il bilancio però è perlopiù deludente, soprattutto per l’irrilevanza cui sono state costrette e la volubilità dei regolamenti comunali. Alcune consulte sono elettive, altre nominate, altre mancano del tutto, come ora a Milano, nonostante circa il 19 per cento della popolazione sia di nazionalità straniera.

Il disinteresse, una legge sulla cittadinanza tra le più restrittive d’Europa, la preminenza di casualità, discrezionalità e arbitrio nei rapporti con i migranti, l’orientamento ottusamente persecutorio da parte dei decreti Sicurezza di Salvini, tutto questo non solo ha mortificato la partecipazione e i diritti dei non italiani, ma ha effettivamente creato una classe di meteci di cui si parla tantissimo, ma che raramente prendono la parola in prima persona, e sul cui silenzio, sulla cui esclusione, si basano gli attuali rapporti di forza dell’assetto economico, sociale e politico-istituzionale. Si sarebbe permesso l’ex ministro dell’Interno di molestare pubblicamente una famiglia di migranti se ci fosse una rappresentanza istituzionalizzata di stranieri articolata su tutto il territorio e se bastassero tre mesi per rendere un residente di diversa nazionalità elettore di qualcosa?

Non è però soltanto a proposito dei migranti che possiamo constatare l’arretramento in termini di cittadinanza, anche in confronto ad altri Paesi europei. Sono tre decenni che vengono preparate con maggiore o minore fortuna riforme elettorali e costituzionali il cui scopo sarebbe “semplificare” il sistema politico, garantire “stabilità” e “governabilità”, e di fatto incanalare il consenso in sbocchi prevedibili, lubrificare gli ingranaggi decisionali per assicurare la riuscita dei progetti degli interessi dominanti senza eccessivi intoppi, cancellare la crescente complessità sociale e la pluralità di soggetti.

Ora pende la duplice spada di Damocle rappresentata dal taglio dei parlamentari, che ridurrebbe drasticamente la rappresentanza dei molteplici interessi tra i cittadini, e dall’autonomia differenziata, che sancirebbe la rinuncia a riequilibrare le disuguaglianze e l’ammissione di una cittadinanza sociale differenziata a seconda delle risorse economiche del territorio. Come nel caso dei diritti di cittadinanza e di rappresentanza che vengono negati agli stranieri, si constata un sostanziale assenso bipartisan che tronca potenziali conflitti e li seppellisce sotto la coltre di un impenetrabile silenzio mediatico. Non ci si appelli all’apparente consenso che queste “riforme” trovano nella popolazione per liquidare la discussione: è evidente il continuo degrado dell’idea stessa di cittadinanza negli ultimi tre decenni, tra aspettative di acquiescenza, chiare riduzioni della cittadinanza sociale, e incessanti sollecitazioni populiste che provengono dall’alto a nome dei cittadini, a cui si adeguano il sistema politico e il discorso pubblico.

Non a caso, si parla tantissimo del “popolo”, ma lo si fa parlare o agire molto, molto meno.
Non si vuole qui ovviamente fare paragoni incongrui tra la condizione dei migranti a zero diritti, o con i diritti garantiti sostanzialmente solo dalla nostra Costituzione e dalla legislazione europea, e quella dei cittadini italiani. Si vuole però sottolineare che la lotta per i diritti di cittadinanza e di rappresentanza per italiani e non deve procedere in parallelo, senza omissioni, perché si tratta di due aspetti diversi della stessa questione. La condizione degli stranieri non si potrà migliorare senza un’azione decisa dal basso di difesa e ripresa della democrazia e della cittadinanza; è inutile sperare nelle élite illuminate, come ben mostra la vicenda della mancata riforma della legge sullo ius culturæ.

Al tempo stesso, anche a sinistra si sono talvolta trascurati i diritti di cittadinanza dei migranti, in quanto sono stati comprensibilmente sentiti come più pressanti i problemi legati all’accoglienza, i diritti di chi si vede minacciato il diritto stesso alla vita. Ma lasciare che persista questa lampante disparità tra chi è italiano e chi non lo è anche se residente da anni, o che la partecipazione venga condizionata da professioni di gratitudine o dichiarazioni di amore per il Paese ospitante, come pretende l’apparato politico-mediatico, significa accettare gravi regressioni culturali e rassegnarsi allo sfilacciamento dei diritti di cittadinanza per tutti.

Ora è il momento della lotta contro il taglio dei parlamentari, e al tempo stesso per una nuova legge sulla cittadinanza. Contro l’autonomia differenziata e per la ratifica da parte dell’Italia del capitolo C della Convenzione del Consiglio d’Europa del 1992 che prevede il voto locale a tutti gli stranieri residenti da cinque anni, e una rappresentanza garantita per chi è residente da meno tempo. Per una legge elettorale proporzionale e rappresentativa, e contro tutti i decreti Sicurezza. È questo il banco di prova di chi difende la democrazia.

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