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Se c’è una cosa che appare chiara dal convulso, complesso inizio delle primarie democratiche negli Stati Uniti è che Bernie Sanders sta emergendo, guadagnandosi il titolo di frontrunner dei Dem. Oltre diecimila persone l’hanno acclamato in un comizio a Richmond e nelle prossime votazioni, in Nevada, è dato per favorito. Un socialista tenta per la seconda volta, dopo il tentativo fallito nel 2016, quella che potremmo ironicamente chiamare la presa della Casa Bianca. Chi potrebbe essere l’antagonista in questa favola della riuscita di una sinistra americana? Un miliardario, ovviamente, anzi due. Prima di arrivare a vedersela con l’attuale presidente Donald Trump, Sanders deve superare l’ostacolo del fuoco amico proveniente da Michael Bloomberg, magnate della finanza che solo adesso sta entrando nel vivo della campagna elettorale per le primarie democratiche. Una delle conditio sine qua non per partecipare ai dibattiti televisivi, infatti, era aver raccolto un certo numero di donazioni da un certo numero di donatori: Bloomberg non ne ha, perché corre utilizzando “soltanto” il suo patrimonio da circa 60 miliardi di dollari. «Era» perché il Partito democratico ha deciso di cambiare le regole in corsa, puntando tutto sui risultati nei sondaggi invece che sulla raccolta fondi. In questo modo, Bloomberg si è qualificato per il dibattito in Nevada. I nordamericani che decidessero di votarlo, però, non potranno farlo fino al 3 marzo, giorno del cosiddetto Super Tuesday, il martedì in cui si vota in 15 Stati contemporaneamente. La scelta di Bloomberg è di puntare tutto su questo ingresso ad effetto: se non vince o non si piazza in una buona posizione, di certo non è un buon segno per la sua campagna.

La discesa in campo di Bloomberg ha destato scalpore proprio per la potenzialmente infinita disponibilità di fondi da utilizzare per spot e campagne sui social: soltanto per il Super Tuesday ha già speso 400 milioni di dollari in pubblicità. Sembrerebbe non dover temere nulla, eppure, tra tutti i suoi avversari alle primarie, Bloomberg ne ha attaccato soltanto uno: Bernie Sanders. Il settantottenne senatore del Vermont fa talmente paura che vengono attaccati pubblicamente i suoi sostenitori più combattivi sui social, i Bernie Bros, per cercare di mettere in cattiva luce la sua base elettorale equiparandola ai pochi che vanno oltre le righe.

Michael Bloomberg si è approcciato a queste primarie dicendo che lui è l’unico a poter battere Donald Trump, perché essendo entrambi miliardari newyorkesi sa bene come tenergli testa. Ma Bloomberg, ex sindaco della grande mela, è stato eletto come primo cittadino prima da Repubblicano e poi da Indipendente. È passato alla storia per lo stop and frisk, le perquisizioni a tappeto fatte dalla polizia soprattutto nei quartieri a maggioranza afroamericana perché, secondo l’ex sindaco, lì c’era più tendenza al crimine perché non chi li abita non ha nulla da perdere. Problemi anche sul fronte #meToo: il magnate è stato più volte accusato di molestie verbali e commenti sessisti, ma le cause sono terminate quasi tutte con patteggiamenti o a favore di Bloomberg. Il Washington Post ha pubblicato la versione digitale di un libretto regalato al miliardario dai suoi amici in occasione dei suoi quarant’anni, in cui vengono raccolte tutte le sue frasi machiste. Al tempo fece molto ridere Bloomberg e i suoi ospiti, scrive il Post.

In queste primarie del 2020 potrebbe essere più che vero che mai che i soldi non fanno la felicità, o in questo caso la nomination. Se è vero infatti che Bloomberg è il nono uomo più ricco al mondo, Bernie Sanders continua a raccogliere donazioni che si aggiungono ai 94 milioni di dollari acquisiti finora, in una fase in cui i fundraisings degli altri candidati sono in difficoltà. Il patrimonio elettorale di Sanders è costituito al 60% da microdonazioni, piccoli contributi che provengono da persone fisiche, non da associazioni o corporations. Aver ottenuto questo risultato solo grazie all’aiuto dei suoi sostenitori è qualcosa di fondamentale per la coerenza incrollabile di Sanders, uno dei suoi punti di forza più saldi. Aver ottenuto 25 dollari da uno studente, da un’attivista afroamericana, significa molto di più in termini ideologici di poter spendere quanto si vuole per una campagna social. Se per Bloomberg il suo forse unico punto di forza sono i dollari, di certo a Sanders non mancano. Lunedì ha scritto sul suo account Twitter che tutti dovrebbero poter correre per la presidenza, ma che Bloomberg non ha diritto di comprarsi le elezioni:

È sempre più evidente che Bernie Sanders sta creando un movimento veramente di sinistra negli Stati Uniti, una «rivoluzione» che si compirà anche se non dovesse arrivare alla Casa Bianca. Michael Bloomberg dovrà vedersela con questo, avendo ben poco in comune con il suo avversario se non le tematiche ambientali e la lotta contro le armi. Se Bloomberg dovesse vincere la nomination le sfumature tra lui e Trump sarebbero molto meno evidenti che se vincesse Sanders, seppure comunque importanti. Non basteranno soltanto i miliardi, però, a convincere una base importante come quella degli afroamericani a votare a favore di un uomo che da sindaco aveva dato alla polizia la facoltà di fermarli se e quando lo riteneva opportuno, una base che invece sembra essere ben salda tra l’elettorato di Sanders. Gli Stati Uniti stanno vivendo una fase di storici cambiamenti, sotto molti aspetti: il popolo nordamericano sceglierà di assecondare questo movimento?

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