Condividi

Il rischio di chiusura del Centro di accoglienza straordinario di Ciampino è sempre più reale. Il Cas attualmente ospita 40 ragazzi che hanno chiesto asilo e fatto ricorso dopo il primo diniego (ricorrenti) e questa è una delle drammatiche conseguenze della Legge 132/2018 (di conversione del c.d. Primo decreto Sicurezza di Salvini), che si è inserita in un clima di slatentizzazione della violenza xenofoba generato a suo tempo dal governo giallo-verde.
Attraverso un provocatorio progetto artistico #Borderlessbeauty – Cas Ciampino, curato da Barbara Martusciello, il fotografo Raffaele Marino ha portato a conoscenza dell’opinione pubblica la realtà dei ragazzi ospiti beneficiari del Cas. Sul finire del mese di gennaio, manifesti misteriosi sono apparsi nelle piazze romane con la scritta “Portami a casa”. Ritraevano sette di loro vestiti come modelli dell’alta moda dalla designer Karen Papace. «Protagonisti consapevoli – ha dichiarato l’autore – di un progetto partecipato, collettivo … che ha come fulcro caratterizzante la creazione di una provocatoria campagna, simile nella forma a quelle pubblicitarie ma contraddistinta da una prima veicolazione street, illegale e quasi carbonara, come nella miglior tradizione di UrbanArt».
Dopo poco più di un mese, il mistero è stato svelato. «I modelli ritratti in realtà sono immigrati ospitati nel Centro di accoglienza straordinario per migranti di Ciampino». Il progetto vuole così riflettere sul «rapporto tra Bellezza ufficializzata e dunque socialmente riconosciuta e il pregiudizio che non permette di identificarla …».
La mostra, che si svolge dal 3 al 7 marzo presso la galleria Howtan Space (Roma, via dell’Arco de’ Ginnasi 5) alla presenza dei protagonisti e dei responsabili del Centro, ha voluto porre dunque in primo piano, attraverso un linguaggio artistico dalla forza cromatica prorompente, la realtà dei migranti che vivono nei Centri di Accoglienza straordinari.
Se un progetto artistico ufficialmente riconosciuto ha dunque dalla sua la possibilità di creare provocazione destando un’immediata attenzione, rimane una profonda amarezza nel dover constatare che, di ragazzi e ragazze migranti che da anni vivono insieme a noi, ci si occupi solo in seguito ad eventi estremi. Torna così l’emergenza.
C’è invece una vita quotidianamente vissuta, fatta di abitudini e di occasioni nuove; di avvocati, di Questura, di scuola, di amicizie, di amori, gioie e delusioni. Realtà accompagnate da un costante esercizio di vitalità che loro stessi mettono in gioco per resistere. Resistere ad una società che difficilmente riesce ad ascoltarli e vederli per quello che realmente sono: persone, esseri umani spinti dal desiderio di nuove possibilità di vita e dalla voglia urgente – tutta giovane – di realizzare i propri sogni.
Si manca così – nella vita di tutti i giorni – di cercare per scoprire relazioni affettive sincere che contribuirebbero a destrutturare il pensiero monolitico fondante la nostra cultura occidentale. Un pensiero che, sin dall’antica Grecia, ha costruito la propria identità ponendo “il diverso” al confine politico e culturale della pòlis, edificando barriere e dissolvendo la ricchezza della differenza nella costruzione dell’altro, del non conosciuto, come disordine e violenza. Una visione dell’identico che continuamente rimanda a sé stesso.

Commenti

commenti

Condividi