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Il ricatto di Erdogan alla Ue sulla pelle dei profughi per ottenere “sostegno” internazionale all’offensiva turca in Siria. Intanto l’Onu accusa Russia e Turchia di possibili crimini di guerra a Idlib e nelle aree curde

«Siamo intenzionati a non permettere a gruppi terroristici e ad un regime oppressivo di poggiare gli occhi sul nostro territorio». Con queste parole, il 2 marzo il presidente turco Erdoğan ha battezzato la sua quarta offensiva in Siria. Un’operazione chiamata “Scudo di Primavera” che, a differenza delle precedenti che avevano come obiettivo quello di impedire ai curdi del Rojava di formare un «corridoio terrorista» al confine meridionale con la Turchia, si presenta assai più complessa e geopoliticamente più pericolosa. Questa volta, infatti, il nemico dichiarato sono le forze governative siriane nella provincia di Idlib (nord ovest della Siria) e lo scontro è diretto, non più per procura.

I rapporti dei turchi con Damasco sono pessimi sin dall’inizio della rivolta contro il presidente Bashar al-Asad iniziata nel marzo 2011: Ankara non ha mai fatto mistero che avrebbe voluto la sua caduta ed era convinta, sbagliando, che la sua fine fosse imminente. Per raggiungere questo obiettivo, in questi anni ha aiutato gruppi di oppositori più o meno islamisti, dando luce verde anche all’autoproclamato Stato Islamico di imperversare indisturbato in Siria chiudendo gli occhi (e non solo) al passaggio dei miliziani sul confine condiviso tra i due stati.

Poi, però, l’ingresso dei russi a fianco di al-Asad nel 2015 ha cambiato il…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 6 marzo 

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