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Da Milano a Viareggio, da Roma a Palermo, centri antiviolenza e case rifugio per le vittime di maltrattamenti sono a rischio chiusura. Intrappolati nella burocrazia e visti come un peso dalle istituzioni, che non riconoscono il valore inestimabile delle loro pratiche

La casa per le donne Lucha y siesta a Roma, quartiere Tuscolano, è in presidio permanente. Dal 25 febbraio, quando era previsto il distacco delle utenze disposto dal Comune di Roma e poi bloccato da attiviste ed operatrici, l’esperienza divenuta simbolo della lotta alla violenza di genere e per l’autodeterminazione delle donne resiste. Il destino dell’immobile, di proprietà dell’Atac – la municipalizzata dei trasporti – prevede la sua messa all’asta, come disposto dal tribunale fallimentare. Al Campidoglio la maggioranza Cinque stelle ha bocciato una mozione di Pd ed Italia viva in cui si chiedeva di non sospendere le utenze, mentre la giunta Raggi ha dichiarato di aver trovato un tetto per tutte le donne ospitate nella casa rifugio.

Alcune persone che hanno subito violenza sono state trasferite in cohousing messi a disposizione del Comune. Ma, ci dice Simona Ammerata, attivista di Lucha, «non si può ridurre la vicenda ad una questione abitativa». «La casa è un presidio territoriale contro la violenza di genere. Oltre ad organizzare ospitalità ed accoglienza h24, ci sono un atelier di sartoria dove lavorano tre donne, uno sportello di psicologia popolare con sei professionisti: del futuro di questo progetto l’amministrazione non è minimamente interessata».

L’Italia peraltro, anche in seguito alla ratifica della Convenzione di Istanbul nel 2013, si era posta come obiettivo di avere un centro antiviolenza ogni diecimila abitanti, mentre oggi siamo a quota 0,05. Le attiviste di Lucha, assieme alle realtà femministe di tutta Italia, avrebbero dovuto partecipare alle manifestazioni diffuse dell’8 marzo e allo sciopero globale del giorno successivo organizzati dal movimento internazionale Non una di meno. «Rivendichiamo liberazione ed emancipazione, un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito, accesso alle cure e alla salute. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite», mettono nero su bianco le attiviste in una nota, in vista della mobilitazione.

E ancora: «Vogliamo l’abrogazione delle leggi Sicurezza. Vogliamo la chiusura dei Centri di permanenza per il rimpatrio per i migranti, un permesso di soggiorno europeo senza condizioni».
Mentre gli eventi di domenica 8 marzo (flashmob, cortei, ecc.) sono confermati, la Commissione di garanzia ha revocato lo sciopero indetto formalmente da alcuni sindacati di base per lunedì 9 causa emergenza coronavirus (quando Left va in stampa, il coordinamento di Non una di meno sta valutando il da farsi, ndr).
Nel frattempo, purtroppo, Lucha y siesta non è l’unico luogo delle donne sotto attacco in Italia…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 6 marzo 

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