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Dietro le tensioni tra Filippo VI e suo padre, il re emerito Juan Carlos, ci sono decenni di questioni politiche irrisolte con cui la Spagna democratica dovrà prima o poi fare i conti

Appare tardiva e ambigua la decisione di Filippo VI, re di Spagna, di smarcarsi dalle malefatte del padre, il re emerito Juan Carlos I, con un comunicato in cui gli azzera il vitalizio di 16 mila euro mensili e rinuncia all’eredità. Il codice civile spagnolo vieta la rinuncia a una eredità se non c’è morte, ma la Casa Reale finge di non saperlo e ha scelto di fare questo annuncio quando anche in Spagna si sta confinati nelle proprie case per l’emergenza sanitaria imposta dal coronavirus e non è facile capire la reazione di spagnole/i, già poco propensi a interrogarsi sull’utilità della monarchia, e con altre priorità per la testa in questo momento.

Tutto inizia quando un giornale svizzero riferisce che l’ufficio del procuratore sta seguendo le tracce di una donazione di 89,7 milioni di dollari effettuata nel 2012 dal re saudita a favore del re Juan Carlos I. Una copiosa tangente per la costruzione dell’alta velocità dal deserto verso La Mecca. Appare poco credibile che Filippo VI non fosse a conoscenza delle relazioni fra suo padre e l’Arabia Saudita, delle conseguenti tangenti che quel rapporto produceva o del traffico d’armi che nascondeva. Sorprende l’inconsapevolezza dell’attuale re di Spagna, la sua stupefazione di fronte alla notizia che milioni di euro sono stati depositati a favore del padre in conti off-shore, la sua incredulità per il riemergere dei torbidi rapporti del re emerito con la nobildonna Corinna zu Sayn-Wittgenstein. Dubitare o meno della buona fede del re è forse di poco interesse, assai più stimolanti sono alcune considerazioni politiche che la rottura di re Filippo VI col padre potrebbe sollevare.

In primo luogo interroga sul ruolo dell’ex sovrano nella transizione spagnola e quell’immagine anti franchista, affibbiatagli da tanta stampa e da accomodanti ricostruzioni storiche, ne esce incrinata. Non regge non solo perché Juan Carlos I sul trono di Spagna fu piazzato proprio dal dittatore Franco, ma perché la trama corruttiva in cui risulta coinvolto il re emerito, manda in pezzi l’immagine della casa reale spagnola come massimo garante della rete di mediazioni su cui è stata costruita la Spagna del dopo Franco, il cosiddetto compromesso che ha portato all’approvazione della costituzione nel ’78, dopo la morte del caudillo.

Difficile continuare a marginalizzare le ricostruzioni storiche che da anni contestano il ruolo buono e anti franchista della Casa Reale, difficile nascondere che non fu il re ad assicurare la transizione democratica, ma lo stato di necessità che obbligò comunisti e socialisti spagnoli ad accettare, meglio sarebbe dire a subire, il compromesso che convertì il regime franchista nella monarchia parlamentare tuttora in vigore. Senza mai interrogare il popolo spagnolo, con un referendum, se proseguire o meno con re e regine.
Oggi l’immagine della Casa Reale come asse portante della democrazia spagnola viene travolta nella palude corruttiva in cui è direttamente coinvolto l’ex sovrano e a ben poco servono i tentativi del figlio, l’attuale sobrio monarca, di salvarla con una diplomatica rinuncia all’eredità.

La transizione alla democrazia che ha portato la Spagna fuori dal franchismo, senza però estirparne le radici sociali ed economiche, e che ha obbligato comunisti e socialisti ad accettare il compromesso sulla costituzione del ’78, appare oggi lontana della realtà, soprattutto con una coalizione progressista e di sinistra al governo. Sconcerta quindi la decisione con cui i socialisti spagnoli, alleandosi con il Partito Popolare, hanno impedito l’istituzione di una commissione parlamentare di indagine sul re emerito, richiesta da Unidas Podemos e dai repubblicani catalani di Erc, entrambi soci decisivi dell’attuale maggioranza di governo.

Ciò che non sembrano comprendere i socialisti è che mai come adesso, dopo quarantadue anni di democrazia, appaiono mature le circostanze per chiedere al popolo spagnolo di pronunciarsi su una istituzione come la monarchia. Certo l’esplosione della pandemia di questi giorni interroga se, superata l’emergenza, sia necessario ripartire perseguendo profondi cambiamenti della società e della sua economia, o rinunciarvi e tornare al passato, tentando di rilanciare modelli obsoleti. Se sono inaccettabili le ingiustizie sociali, le profonde disuguaglianze, a cominciare da quelle tra donne e uomini, le devastazioni ambientali e il cambio climatico, l’altro virus che sta minando certezze e equilibri sociali, altrettanto inutile appare la Casa Reale. Forse la credibilità di una classe dirigente risulterebbe rafforzata se giustificasse le misure di emergenza a cui sottopone la popolazione con l’indicazione di un orizzonte in cui sia evidente che niente sarà come prima. Mettere fine alla scelta che la massima carica dello Stato non sia elettiva, ma decisa per discendenza biologica, non è certo la principale priorità del profondo cambiamento che si aspetta, ma dimenticarsene sicuramente darebbe un segnale di ridimensionamento del progetto di trasformazione che si persegue.

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