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Nel suo romanzo Viola Ardone racconta una vicenda poco nota dell’Italia del dopoguerra. Per alcuni anni il Pci e le donne dell’Udi organizzarono affidi temporanei di ragazzi del Meridione nelle famiglie emiliane. «Come Amerigo, un bambino che lascia la madre e va alla scoperta del mondo», dice la scrittrice

Nel suo romanzo “Il treno dei bambini”, Viola Ardone racconta una vicenda poco nota dell’Italia del dopoguerra. Per alcuni anni il Pci e le donne dell’Udi organizzarono affidi temporanei di ragazzi del Meridione nelle famiglie emiliane. «Come Amerigo, un bambino che lascia la madre e va alla scoperta del mondo», ci racconta la scrittrice

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Un treno carico di bambini che corre verso nuove città, nuove avventure, tante scoperte, in nome di una parola che suona quasi magica: la solidarietà. Sembra una fiaba, ma invece è una storia vera. Il treno dei bambini (Einaudi Stile libero, 2019) di Viola Ardone, infatti, racconta dell’operazione del Partito comunista italiano e dell’Unione donne italiane che, nel Secondo dopoguerra, dal 1946 al 1952, portò, in treno, circa 70mila bambini – soprattutto del Sud, ma non solo – nelle regioni rosse del Nord per affidi temporanei, così da tenerli lontani dalla miseria. Il libro di Ardone recupera una vicenda storica troppo spesso dimenticata, ma che parla anche al nostro presente, ricordandoci l’importanza dell’accoglienza, della solidarietà e della lotta contro le disuguaglianze. E ci fa sentire tutta la mancanza di un grande partito di massa che possa dare risposte, politicizzare e organizzare i sentimenti e i bisogni della società.

Com’è venuta a conoscenza di questa vicenda?
Si tratta di una vicenda che è stata documentata, ma prima di questo romanzo non era stata ancora narrata. Per questo forse molte persone non ne erano a conoscenza. A me è stata raccontata da un signore che su quei treni c’era stato. Le sue parole sono state una scintilla: tanti bambini che partivano senza i genitori verso una destinazione a loro forse ignota. Era una storia da raccontare!

 

Cosa l’ha spinta a scriverci un libro? Perché è importante raccontarla oggi, questa storia?
Quando mi è nata l’idea avevo sotto gli occhi non solo le immagini della Napoli del dopoguerra ma anche quelle dei minori che arrivavano – e continuano ad arrivare – da noi in Italia su mezzi di fortuna, di madri che affidano la sopravvivenza dei loro figli alla sorte e alla solidarietà degli sconosciuti che troveranno sul loro cammino. Le storie di migrazioni sono le storie del genere umano. Da sempre l’umanità è in movimento alla ricerca della dimensione di vita migliore per sé e per le generazioni future. Negare questo significa non aver mai aperto un manuale di storia. L’accoglienza, l’incontro non sono mai semplici. Chi parte dalla sua terra deve abituarsi a nuove regole e linguaggi; chi accoglie deve far spazio all’altro e modificare il proprio modo di vivere, declinare le proprie convinzioni in relazione al nuovo. Per questo sono convinta che l’accoglienza debba essere frutto di una organizzazione e di un progetto condiviso. Altrimenti i singoli cittadini diventano vittime della paura, che è fonte di intolleranza e razzismo, soprattutto se queste tematiche vengono strumentalizzate dai politici.

L’illustrazione dell’articolo è di Vittorio Giacopini 

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