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“Il lavoro di medico è sempre prevalente nella mia vita e occupa gran parte del mio tempo. Mi piace anche in questo citare Cechov come esempio da seguire”, dice Paola Cadelli, medico e scrittrice. In questa intervista parliamo del suo nuovo libro

“Il giardino dei ciliegi è stato venduto, non esiste più, è vero, ma non piangere mamma, ti è rimasta la tua vita da vivere: tanti anni davanti a te…Pianteremo un nuovo giardino, più bello di questo, vedrai! Quando lo vedrai capirai…e una gioia grande, dolce, profonda, scenderà nel tuo cuore come il sole nella sera e tu sorriderai…” dice la giovane e premurosa Ania alla mamma Liubòv, in uno dei passi più struggenti dell’opera di Anton Čechov. Non possiamo non menzionarlo se parliamo dell’ultimo romanzo di Paola Cadelli, Il giardino delle verità nascoste.

Pubblicato dall’Asino d’oro, per la collana Omero, con il più noto giardino non condivide solo parte del titolo, ma anche passi di narrazione e citazioni. Il libro è uscito quando è iniziata la quarantena che stiamo ancora vivendo.

Le librerie, insieme a tanti altri esercizi commerciali, hanno abbassato le serrande; si è fermato un movimento fisico, almeno nelle strade delle città, ma non all’interno delle nostre case e delle nostre menti. Così, il nuovo romanzo di Cadelli, il secondo dopo un’altra storia appassionante, quella de L’ultimo concerto, che lo stesso editore ha pubblicato quattro anni fa, ripropone la fantasiosa penna dell’autrice di Pordenone, dove vive e lavora come medico di base, ora impegnata nella lotta quotidiana contro il Covid-19.

Parliamo di un giardino ambientato cento anni dopo quello del capolavoro russo, nella casa del faro in quel di Trieste, al tempo della caduta del muro di Berlino. Un padre muore, una famiglia si riunisce e rievoca la sua storia: del genitore libraio esule, ancor prima di un nonno anch’egli libraio, ma a Pola; di personaggi fiabeschi, incredibili; di donne della montagna al tempo della guerra e poi di quelle attraverso cui Cadelli racconta la storia del Dopoguerra italiano; e ancora, quella di tre fratelli che si ritrovano nella casa di famiglia per ripercorrere, e forse capire per la prima volta, le loro esistenze. Sono più moderni dei personaggi di Cechov, di Ania, di Varia e dell’astuto Lopachin, che sugella la decadenza della borghesia russa prima dell’avvento della rivoluzione.

Forse dovremmo ricominciare dalla sensibilità di Čechov e Cadelli, entrambi medici, altra felice coincidenza tra i due, per capire come va il mondo in questo momento sospeso. È un’occasione che non dobbiamo perdere. Un tempo sospeso, ma assai vivo tra le mura domestiche, e che farà cambiare stili ed abitudini. Non dobbiamo disperare diceva Ania, ci sarà ancora il sole a scaldare il cuore e una libreria dove Paola potrà parlarci del suo giardino. Adesso, le chiediamo di parlarci di come vive questo momento, tra la professione di medico e il mestiere di scrittrice, con uno sguardo alla forza delle donne del suo romanzo, che poi è anche la sua.
Del romanzo russo ci sono molte citazioni nel libro, anche se è la storia di un terreno in vendita, di una famiglia aristocratica che lo perderà, dell’alba di una rivoluzione e del cambiamento di valori. Qui ci troviamo, invece, con un altro tipo di trasformazioni, a cominciare dalla vita di Lorenzo, il protagonista, ma anche di tanti altri personaggi.

Quando e perché, Paola,  ha pensato di attingere, per la sua storia, alla più lirica delle opere dell’autore russo?
Mi ha portato a Čechov un’esperienza di scrittura teatrale che ho avuto l’anno scorso, quando ho scritto un testo teatrale tratto dal mio romanzo precedente, andato poi in scena al Ridotto del Teatro Verdi di Pordenone. Così ho ripreso a leggere testi che avevo dimenticato, tra questi Il giardino dei ciliegi. Stanislavskij diceva che ogni volta che recitava un testo di Čechov, dove apparentemente non succede mai nulla, scopriva in realtà sempre “nuove sensazioni, nuove profondità, perché nonostante le apparenti banalità che egli sembra rappresentare parla sempre dell’umano scritto con la lettera maiuscola”. In questo interesse per tutto ciò che è umano, mi sono sentita subito in sintonia con l’autore e così nel mio romanzo ho inserito un episodio in cui una delle mie protagoniste, Jelena, assiste alla rappresentazione del Giardino dei Ciliegi andata in scena a Mosca alla vigilia del colpo di Stato di ottobre, interpretata proprio dal celebre regista, in cui paradossalmente il pubblico assisteva a uno spettacolo dove si descriveva la fine di quella classe aristocratica verso la quale si preparava la rivolta. E qui è evidente come le vicende umane, personali, i drammi psicologici e quotidiani dei personaggi di Čechov siano sempre inseriti in un contesto sociale e storico che li rende universali.
Anche a più di cento anni di distanza?
Come notava Strehler, Il giardino dei ciliegi si sviluppa su tre livelli: il primo che vede la vicenda concreta e quotidiana della vendita di una casa, il secondo in cui si legge la storia della Russia del tempo e infine il terzo che racconta gli eterni dilemmi dell’uomo come la nascita, la separazione, la morte. In certo modo anche il mio romanzo, strutturato in cinque atti come un testo teatrale, si era sviluppato su questi tre livelli: il primo, in cui si raccontano le vicende di tre fratelli che tornano alla casa del faro, la casa paterna, proprio per ritrovarsi in seguito alla morte del padre; il secondo, che è dato dal contesto storico in cui questo avviene (la vicenda si snoda in più piani temporali e copre un arco di tempo che va dall’esodo istriano, alla rivoluzione culturale del 1968 fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989); infine, il terzo, in cui le vicende narrate non sono altro che una rappresentazione dei sentimenti umani: l’amore, il desiderio di riscatto, il dolore della separazione, la conquista della propria interiorità, il dramma di violenze subite fisiche e psicologiche, la potenza salvifica della letteratura, il dolore e la necessità del ricordo.

Nel suo romanzo sono molte le donne cui è affidata la narrazione degli eventi, Alle donne è dato il compito di portare avanti i rapporti più intimi e tante sono le storie al femminile, del passato e del presente. Donne coraggiose, coerenti, fortemente passionali, che perdono anche, ma che trovano sempre una modalità per andare avanti. Rapporti di grandi complicità e di solidarietà.
Questo è un romanzo di  riscatto femminile. Penso sempre a quanto la mia generazione e le generazioni più giovani siano in debito con le donne del passato. Non a caso riporto una bellissima poesia di Gioconda Belli che in un verso dice se sei una donna forte proteggiti … e invoca la memoria di donne antiche. Non dovremmo mai dimenticare come tante conquiste che adesso diamo per scontate, le dobbiamo alle nostre nonne, alle nostre madri, alle nostre sorelle maggiori che hanno avuto una vita molto più difficile della nostra. In un bellissimo libro di Daniel Saldaña Paris, La linea madre, si dice che se un uomo abbandona la famiglia per diventare un guerrigliero diventa un eroe, ma se lo fa una donna è solo un’irresponsabile incosciente. Le nostre nonne durante la guerra non solo non erano delle eroine ma erano lasciate sole in condizioni di sofferenza e di dolore, gravate da lavori pesanti, dalla solitudine, dalla fatica di crescere i figli da sole, eppure il loro sacrificio solo di rado viene riconosciuto.

Ha rappresentato questa generazione di donne nei personaggi di Rosa e Virginia?
A loro sono particolarmente affezionata, proprio perché mi ricordano quelle donne antiche che secondo me ci hanno trasmesso i geni della tenacia e della forza interiore che permettono anche oggi alle donne di realizzare i loro progetti in una società che sta prendendo una preoccupante svolta maschilista e retrograda. Inoltre, sono grata a un’altra generazione di donne, rappresentate nel romanzo dalla figura di Angela, le donne che nel 1968 hanno lottato per i nostri diritti. Io allora avevo solo sei anni e quindi appartengo alla cosiddetta generazione del “reflusso” e ovviamente non ho vissuto direttamente quel periodo. In realtà ne sentivo parlare spesso in termini negativi, i sessantottini erano quelli che non avevano voglia di lavorare, che occupavano le università e mettevano le bombe. Poi ho cercato di documentarmi, di approfondire certi argomenti, di parlare con chi l’aveva vissuto in prima persona e ho capito che senza quella rivoluzione il mondo del lavoro sarebbe ancora un mondo solo maschile, non esisterebbero i consultori familiari, la possibilità per le donne di avere una carriera politica e di occupare anche posizioni sociali prima appannaggio esclusivo degli uomini, ma soprattutto mancherebbe la libertà di scelta. Angela, il personaggio del romanzo, acquista la consapevolezza della necessità del cambiamento, ma lotta anche per garantire i diritti di donne che hanno aspirazione diverse dalle sue, più tradizionali, come Nora che aspira ad avere una famiglia tutta sua con dei bambini da accudire.

A proposito di Angela e Nora, nel romanzo c’è un fitto carteggio tra le due. Ma non solo. Il suo romanzo fa parlare tanti tipi di donna.
Se Angela sogna di diventare docente universitaria, una grande giornalista e di cambiare il mondo, Nora aspira a sposarsi, ad avere dei figli e a vivere in una casa come la casa del faro, nella quale si ritroverà, invece, a fare semplicemente la governante. Angela non la disprezza, anzi, le confida che è anche per questa libertà di scelta che lei vuole continuare a lottare. Questa complicità tra donne diverse, l’amicizia che si consolida nonostante la lontananza e i destini diversi, è un altro tema dominante del romanzo, un sentimento che mi appartiene e che sento sempre più importante con il passare degli anni. C’è un altro aspetto dell’essere donna a cui sono particolarmente legata che è quello della maternità. Mi piace sottolineare che diventare madre deve essere una scelta, non un obbligo sociale o un destino inevitabile per tutte le donne, ma ritengo anche che il rapporto affettivo che si crea tra madre e figlio sia davvero un rapporto speciale, l’unica forma d’amore che si realizza nella separazione, biologicamente rappresentata dal momento della nascita. Il rapporto tra Nora e Ginevra è in questo senso la perfetta rappresentazione dell’amore materno. Senza svelare nulla della loro storia, che i lettori potranno scoprire leggendo il romanzo, si può dire che c’è tra loro quel legame speciale che possiamo in effetti ritrovare anche nei due personaggi femminili di Čechov, in cui alla fine sarà la figlia a dare alla madre la forza di superare un momento tragico. Tuttavia, non bisogna dimenticare che una donna, anche se madre, non deve annullare la propria identità di essere umano, altrimenti anche il rapporto filiale fallisce. Ne è esempio Rachele, una donna depressa e insoddisfatta, diventata madre troppo presto, delusa nei suoi sogni, affetta da un vittimismo nel quale finisce per trascinare anche la figlia Ludovica. Ci sono infine anche donne che vivono la maternità come una prigionia, un impegno troppo gravoso, una limitazione della loro libertà. È il caso di Angelica che abbandona e lascia la casa del faro, trascinando una valigia pesante sul sentiero ghiaioso.

Quanto sono importanti, nel suo romanzo, gli affetti, i sentimenti declinati in ogni rapporto?
Proviamo a leggere la definizione di sentimento che viene data dal vocabolario della lingua italiana, testo che io consulto di continuo quando scrivo, dal momento che le parole che vi sono contenute rappresentano per me i colori che il pittore utilizza per realizzare le sue opere. Secondo la lingua italiana il sentimento è “un momento della vita interiore, pertinente al mondo degli affetti e delle emozioni” o ancora “l’affettività, in quanto contrapposta all’intelletto e alla ragione”. Le definizioni poi si amplificano nel sentimento come coscienza di sé, consapevolezza della propria esistenza e così via. Quindi scrivere un romanzo sentimentale non significa perdersi in evanescenti storie d’amore ma, al contrario, concentrarsi sull’interiorità dei personaggi, sul loro “sentire” e su come questo “sentire” determina le loro scelte e la loro vita. Questo spiega perché nei miei romanzi non c’è mai un unico protagonista, perché la mia ambizione è quella di descrivere l’interiorità dell’umano nel modo più vasto ed esaustivo. Arriva sempre un momento, quando scrivo, in cui il personaggio assume una sua identità, come se scolpissi un blocco di marmo e intravvedessi all’interno il volto che voglio raffigurare. Quando raggiungo questo obbiettivo significa che sono sulla buona strada, che ho costruito la sua interiorità e che da quel momento in poi farà le sue scelte indipendentemente da quello che voglio io, ma solo in base al suo modo di sentire. È significativo che ne Il giardino delle verità nascoste i miei personaggi ritrovino se stessi nel momento in cui lasciano alle spalle la loro vita quotidiana per ritrovarsi in una casa isolata, vicino a un faro inutilizzato che tuttavia illumina ancora il mare e la costa lontana. Forse ritrovare i propri sentimenti, in senso autentico, potrebbe riaccendere luci che pensiamo spente da troppo tempo.

Volendo paragonare la loro condizione a quella che stiamo vivendo in questi giorni di quarantena, che cosa possiamo trarre da questo stare lontani dal mondo esterno?
Scrivere esige tempo, concentrazione, molto studio e quindi quello della scrittrice è un mestiere solitario di necessità. Inoltre, quando scrivo passo un confine, quello tra realtà e fantasia, ed entro in un mondo parallelo in cui vivo la vita dei miei personaggi, aspetto con ansia di vedere quali saranno le loro prossime mosse, mi chiedo se tradiranno le mie aspettative o se, al contrario, hanno loro in serbo delle sorprese per me. È un lavoro straordinario, e mi capita di passare intere notti a scrivere senza accorgermi della solitudine che mi circonda o del tempo che passa. Nel mondo attuale spesso è difficile raggiungere questo obbiettivo, anche adesso, in questa quarantena forzata ma inevitabile e necessaria, la presenza dei social, dei siti web, della televisione ci mette sempre in contatto con il mondo esterno, forse più di quanto lo siamo in condizioni normali. È ovvio che questo nasce dall’esigenza di essere informati il più possibile su quanto accade intorno a noi, ma a volte penso che sia utile isolarsi dal bombardamento mediatico, ascoltare musica, leggere un buon libro o passare del tempo con i propri familiari. Penso a chi non ha una casa, o vive in spazi angusti o all’interno di situazioni familiari difficili. Mi accorgo anche che sta nascendo molta comprensione tra le persone, come se questa tragedia comune risvegliasse la solidarietà che è strettamente connessa all’istinto di sopravvivenza. Tuttavia, penso che questa pandemia ci stia dando anche degli insegnamenti comportamentali che forse avremmo dovuto apprendere in occasioni normali, senza doverli capire in circostanze così drammatiche. Uno di questi è proprio quello di saperci adattare ai cambiamenti in modo rapido, modificare le abitudini di vita, utilizzare gli strumenti tecnologici e uscire da schemi mentali, personalismi, e arretratezza che portano a un blocco dello sviluppo culturale ed economico.

Guardando alle vicende dell’uscita dei libri, proprio in questi giorni, è bello immaginare prima di tutto la possibilità di andare fisicamente a comprarli e poi venire alle future presentazioni per parlarne. Come vive questa attesa?
Uno degli aspetti più appaganti del mio lavoro di scrittrice è proprio il contatto con i lettori, le domande che mi fanno, le interpretazioni che danno dei personaggi, le opinioni sulla trama e sullo stile. Molto spesso in questo confronto chi legge scopre nel libro anche particolari che sono sfuggiti allo scrittore e dà comunque un’interpretazione del romanzo personale, filtrata dalla sua sensibilità, dal bagaglio culturale che possiede, dalle emozioni che il romanzo suscita in lui. Tutto questo arricchisce moltissimo la mia attività di scrittrice, il libro si dilata, diventa qualcosa di vivo, non appartiene più soltanto a me ma a tutti quelli che lo leggono e in questa condivisione cresciamo entrambi, sia io che i miei lettori. Quindi posso dire che in questo momento mi manca questo aspetto della mia attività di scrittrice. Ho cercato in ogni caso di mantenere un contatto con loro attraverso i social e le bellissime iniziative prese dalla casa editrice e ho avuto dei riscontri molto positivi. Caratterialmente preferisco molto di più il contatto umano diretto, mi piacciono le presentazioni fatte negli ambienti ovattati delle piccole librerie, dove spesso si accendono dibattitti appassionati, un po’ come nella Libreria del narratore errante, che il mio personaggio, Giacomo, apre a Pola e trasferisce poi a Trieste in seguito all’esodo dall’Istria. A proposito di questo mi sembra molto positiva l’iniziativa di alcune librerie di consegnare i libri a domicilio, in questo periodo in cui i lettori non possono e non devono uscire di casa. Garantire un servizio di questo genere permette di mantenere i contatti con i clienti abituali, contribuire alla diffusione del libro cartaceo, che secondo me resta sempre il modo migliore di leggere e soprattutto impedire alle piccole librerie di essere soffocate dai grandi siti di e-commerce. L’adattamento e la flessibilità saranno fondamentali per superare sia la crisi sanitaria che quella economica, assieme ad una profonda solidarietà sociale.

Vorrei concludere chiedendole come vive da medico, quotidianamente, questo momento.
Il lavoro di medico è sempre prevalente nella mia vita e occupa gran parte del mio tempo. Mi piace anche in questo citare Cechov come esempio da seguire. Nel 1892, dalla sua tenuta di Melichovo presso Mosca, si adoperò nel curare molti abitanti di quella zona affetti da un’epidemia di colera e colpiti da una grave carestia. In questi giorni noi medici ci troviamo ad affrontare una malattia nuova, quindi ci siamo dovuti adattare e modificare il nostro modo di lavorare per tutelare noi continuando a curare in modo adeguato i nostri pazienti. Credo che questo non sarà una fase transitoria e serve un cambio di mentalità a livello politico, sociale e individuale per fare in modo di non essere impreparati se e quando un’emergenza simile si ripeterà. Io sono un medico di famiglia e dal punto di vista strettamente personale sono stata molto colpita dalla gratitudine che i pazienti mi hanno dimostrato in questi giorni, come se prendermi cura del loro stato di salute non fosse soltanto un mio dovere professionale, ma una forma di affetto nei loro confronti. Questa notte, per esempio, stavo dormendo a casa e mi è arrivato alle due un sms. Era di una mia paziente che si stava recando in ospedale per un parto pretermine, e purtroppo nessuno è potuto restare con lei perché il marito era positivo al corona virus e lei ha dovuto partorire in condizioni di isolamento. Ho cercato di tranquillizzarla e ho fatto quello che potevo mantenendo un contatto telefonico con il reparto e i familiari. Nel pomeriggio su WhatsApp mi è arrivata una foto di lei sorridente che allattava una splendida bambina. In tempi di coronavirus sono grandi soddisfazioni.

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