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Caro Claudio Cerasa, la sanità pubblica non è stata smantellata dagli anticapitalisti

Claudio Cerasa, direttore del Foglio, sabato 18 aprile ha pubblicato un articolo che s’intitola “Le fregnacce dell’anticapitalismo”. Il sottotitolo recita: «Perché la società del benessere ha agevolato, e non ostacolato, la protezione dei cittadini durante la pandemia». Nello scritto si vuole mettere in guardia il lettore dall’idea “truffaldina” che in queste settimane si è insinuata nelle menti di moltissime persone, cioè l’idea che il capitalismo sfrenato sia incompatibile con la salute dei cittadini. Contro questa apparenza mistificatrice della realtà, Cerasa rivendica invece il ruolo di primo ordine che i privati e gli imprenditori – in prima linea nel combattere l’epidemia – hanno avuto in questa emergenza, ribadendo a chiare lettere il vecchio mantra liberista: la povertà si sconfigge con la ricchezza e non con il rancore.

La cosa che più colpisce di questo articolo è la totale incapacità di prendere sul serio certe sollecitazioni sociali, quando ciò a cui stiamo assistendo a livello globale è di per sé evidente: i sentimenti di sfiducia e di perplessità nei confronti del capitalismo sono sempre più diffusi, e non appartengono necessariamente alla sinistra. Sanders in America ha dimostrato quanta forza possano avere certi ideali, e se tutti i suoi avversari democratici – meno la Warren – non si fossero schierati apertamente contro di lui facendo l’endorsment a Biden, forse oggi staremmo leggendo un’altra storia. Quel che è certo è che questo fenomeno non è più marginale; comprendere pertanto le ragioni del malcontento popolare e le istanze di rinnovamento che lo accompagnano è segno di una lettura quantomeno intelligente dei tempi che corrono.

I liberisti invece non ce la fanno proprio. Sanders in America è stato definito un comunista, un marxista, uno stalinista: parole apotropaiche utilizzate come uno spauracchio per tenere alla larga l’elettorato moderato. Sul fronte inglese invece, quando Corbyn ha perso le elezioni nel Regno Unito del 12 dicembre, Renzi ha avuto il coraggio di dire che «la sinistra radicale, quella estremista, quella dura e pura è la migliore alleata della destra». Certo, perché la sinistra che non fa niente di sinistra e che ha sposato la causa del mercato invece che della working class non ha alcuna responsabilità. Cerasa, per quanto riguarda l’emergenza sanitaria, si limita a parodiare alcune formule dei radicali: «cattivi capitalisti», «modello senza cuore», «selvaggia società del benessere», «ostaggio del capitalismo», e via dicendo.

Mentre lo smantellamento della sanità pubblica non viene minimamente percepito come un problema, secondo il direttore del Foglio alla base dell’anticapitalismo di questi giorni vi sarebbe piuttosto una questione personale: «Il rancore verso la ricchezza», scrive, «non produce benessere ma produce povertà». Si tratterebbe quindi del classico rancore misto ipocrisia di chi non potendo guadagnare tanti soldi nella vita – ma sotto sotto in verità lo vorrebbe – dice agli altri che i loro soldi sono ingiusti. A sostegno invece della bontà massima del capitale viene ricordato «il numero impressionante di privati che hanno donato soldi per la sanità», dimenticandosi però degli sforzi dei volontari, delle ong, dei medici cubani e di tutti gli altri, che non vengono neanche nominati. E, soprattutto, dimenticandosi che se i ricchi venissero tassati in maniera adeguata probabilmente non ci sarebbe bisogno delle donazioni private.

La tesi principale è questa: «le società meglio attrezzate per combattere le epidemie sono quelle in cui vi è un capitalismo ben sviluppato». Questo incredibilmente viene presentato come un dato di fatto, quando ciò a cui stiamo assistendo casomai è il contrario: il Paese con il numero più alto di morti per coronavirus al mondo sono gli Stati Uniti. In Europa invece l’impresa del Portogallo, Paese con un governo di sinistra e socialista, è stata addirittura definita da Repubblica come “il miracolo del governo rosso”. Fregnacce anche queste? Ma andiamo avanti, perché Cerasa poi, nella sua invettiva anacronistica, scrive che i discorsi sulla responsabilità sociale degli imprenditori sono solo sciocchezze. E la storia dell’imprenditore che due settimane fa è stato arrestato per aver messo in piedi una truffa da 15 milioni di euro sull’appalto di 24 milioni di mascherine approfittandosi della crisi sanitaria, una sciocchezza anche questa?

Infine, il manifesto del liberismo progressista: «la tecnologia non aiuta a distruggere solo posti di lavoro, ma aiuta a distruggere anche i virus – e sono proprio le società che provano a combattere la povertà senza combattere la ricchezza quelle meglio attrezzate per proteggere i cittadini». A parte il fatto che non si capisce in che modo il capitalismo cerchi di combattere la povertà (generandone altra forse?), ci teniamo a sottolineare che essere critici nei confronti di questo modello economico non significa essere nemici della tecnologia (semmai dell’uso classista che se ne fa) né combattere la ricchezza (semmai la sua distribuzione marcatamente disomogenea o lo sfruttamento tangibile su cui si fonda gran parte di essa). È la vana pretesa degli ultraliberisti, non avendo altro a cui aggrapparsi, quella di essere i depositari del progresso, del benessere e dello sviluppo scientifico. Questo però significa una cosa sola: non prendere sul serio le istanze del proprio tempo.

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