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«Prima di comunicare dobbiamo ritrovare una lingua comune altrimenti ci parliamo addosso», dice Ascanio Celestini, artista che con il suo originale teatro di narrazione ha sempre legato la sua attività all’impegno civile. E che si pone il problema di «prenderci la responsabilità della Storia che stiamo vivendo»

Ascanio Celestini, attore, regista, drammaturgo, uno dei massimi interpreti del teatro di narrazione, è da sempre anche un artista militante che ha legato la propria attività all’impegno civile. Tra i suoi spettacoli ricordiamo Radio Clandestina, Fabbrica, Scemo di guerra, La pecora nera, Il razzismo è una brutta storia, Laika, il film Viva la sposa.
Paolo Volponi alla fine degli anni 80 scrive che è come se si fosse «annullata la profondità del mondo». Tu che fai teatro politico, militante, come pensi si possa tornare a creare senso, senso critico, in un mondo dominato dalle merci, dove anche la cultura si consuma e si esibisce?
Facciamo un incontro a Casetta Rossa, uno spazio autogestito a Roma, si parla di immigrazione e io partecipo perché racconto storie. Fino a qualche anno fa ero convinto che ci fosse il bisogno di far conoscere la condizione degli ultimi, raccontare lo scandalo della Storia passata e presente. Ma oggi, fuori dagli spazi frequentati da chi ha coscienza e conoscenza, ho il dubbio che sia meglio raccontare meno. Non possiamo rischiare di raccontare a chi non ha gli strumenti per capire. Ho paura che il mio vicino di casa mi dica semplicemente che non gliene frega niente dei migranti, di chi muore sotto le bombe. Prima di comunicare dobbiamo ritrovare una lingua comune altrimenti ci parliamo addosso come turisti che spiegandosi a gesti riescono a farsi indicare dove sta la spiaggia o la stazione del treno. Non penso che il mio vicino se ne frega del migrante, penso che abbia perso degli strumenti, allora dobbiamo fare manutenzione. È la nostra maniera di essere umani tra gli umani che funziona male. Gli ultimi subiscono più di altri questo vuoto, ma il problema riguarda tutti. E quando mi chiedi come si possa fare per “tornare a creare senso” ti rispondo che dobbiamo partire dagli strumenti che sappiamo usare, da quelli che ci funzionano ancora. Al mio ipotetico vicino di casa non posso parlare di cose che non conosce con una lingua che non conosce. Devo parlargli di me e di lui, della nostra vicinanza. Questo può essere un punto di partenza. Con la speranza che ci faccia arrivare da qualche parte.

Le televisoni berlusconiane, commerciali, i giornali di destra (Il giornale, Libero, La verità) hanno cannibalizzato il modo di pensare degli italiani con il loro linguaggio? Un linguaggio rozzo, aggressivo, spesso violento.
Ti racconto un fatto. Mi chiamano all’Asinara per un incontro e ci vado volentieri. Fortunatamente quel posto non è più una galera infame. La natura se l’è ripreso. E durante un giro turistico, annesso alla parte più intellettuale, la guida ci parla degli asinelli albini che stanno sull’isola. Sono abbastanza malconci, così ci dice, perché vedono male. Normalmente gli animali si studiano da lontano prima di arrivare allo scontro e spesso si fermano prima di darsele, ma loro non possono per un difetto di vista. Così si avvicinano e quando cominciano a studiarsi è troppo tardi: si attaccano fisicamente. Ecco. Io penso che in questi ultimi anni, forse dagli anni 80, la comunicazione ci abbia abituato a un’errata visione del mondo e delle relazioni. Oggi abbiamo difficoltà a misurare le distanze. Quando cominciamo a usare un linguaggio violento, non abbiamo più il tempo per tornare indietro…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 24 aprile 

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