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Abbiamo incontrato Yuri Bandazhevsky, massimo esperto mondiale delle conseguenze del fall-out nucleare del 1986. A causa delle sue scoperte vive in esilio in Ucraina e racconta: «La radioattività continua a minacciare la salute di migliaia di persone»

Sono passati 34 anni da quello che è stato definito il più grande incidente nucleare della storia: Chernobyl. Erano le prime ore del 26 aprile 1986 quando esplose uno dei quattro reattori in funzione (a poco più di tre chilometri dalla città di Prypiat) in Ucraina settentrionale. L’incidente rilasciò nell’ambiente un’elevata quantità di radiazioni il cui “spettro” aleggia ancora in alcune zone dell’Ucraina e Bielorussia. Ne ha assoluta certezza il professore 63enne Yuri Bandazhevsky, massimo esperto mondiale delle conseguenze del fall-out nucleare di Chernobyl. Lo scienziato che Left ha avuto modo di intervistare nella sua casa in Ucraina dove da tempo è relegato – libero – ma in esilio dal suo Paese d’origine, la Bielorussia. Qui, come lui stesso racconta, ancora oggi si registrano pesanti ricadute sulla salute delle persone. Anche per questo è doveroso continuare a parlare di Chernobyl «I danni di questo disastro sono oggi più che mai presenti», denuncia Bandazhevsky. «Per esempio a Minsk, in Bielorussia, dove vivono mia moglie Galina e mia figlia Olga si eseguono almeno 20 operazioni al giorno per patologie alla tiroide. La lista d’attesa inoltre è sempre più lunga anche per altre patologie. Si continua a dire che va tutto bene ma la realtà è ben diversa». E questo perché, spiega lo scienziato, «la radioattività è presente nelle piante e nella legna dove i radionuclidi sono ormai incorporati. Con la stessa legna si scaldano le abitazioni o si cuociono gli alimenti sprigionando particelle radioattive che vengono di fatto inalate».

Drammaticamente neanche i bambini della seconda “generazione di Chernobyl” si salvano. «Si portano dietro il difetto genetico di “regolazione” ereditato dai genitori. In tanti sia in Ucraina che Bielorussia soffrono di diverse malformazioni congenite». Esistono ricerche scientifiche al riguardo, chiediamo a Yuri Bandazhevsky. «Le faccio un esempio. Alcuni bambini vengono operati già in tenera età per malformazioni congenite cardiache. Mio nipote di 5 anni ha problemi cardiaci. Tutto a causa di malformazioni del metabolismo che possono “attaccare” gli arti, gli organi e le cellule appunto. Per quello che so non esistono studi ufficiali su queste patologie». Come è possibile? «Le “lobby atomiche”, chiamiamole così per brevità, hanno silenziato ogni cosa», dichiara Bandazhevsky. «Sarebbe una catastrofe politica (ed economica, per loro) ammettere un problema che, da oltre 34 anni, si cerca in tutti i modi di negare». Negli anni Ottanta, quando Bandazhevsky era un giovane scienziato e rettore della facoltà di Medicina di Gomel in Bielorussia avviò i suoi studi aiutando le popolazioni colpite dal fall-out di Chernobyl. «Anche mia moglie Galina, durante la sua attività di pediatria nel policlinico, aveva rilevato la presenza di diverse anomalie del ritmo cardiaco nei bambini e negli adolescenti e, in alcuni casi, la comparsa addirittura di episodi infartuali». Quando saltò in aria il reattore di Chernobyl Yuri Bandazhevsky intuì subito quali fossero le dimensioni della tragedia. «Non mi sono fermato davanti ai diktat e alle immutabili verità ufficiali – rimarca -. Con le mie ricerche, negli anni, sono riuscito a dimostrare gli effetti nel tempo dell’esposizione continua

a piccole quantità e basse dosi di radionuclidi, soprattutto a livello cardiovascolare». Lo scienziato capì anche che uno dei veicoli di questo lento assorbimento era sicuramente il cibo, di cui aveva segnalato la pericolosità sin da subito, sollecitato dalle informazioni e dai dati clinici di sua moglie Galina. «Avviai subito una ricerca – racconta – e le verifiche su cavie confermarono la tendenza delle fibre cardiache a incorporare, soprattutto il Cesio radioattivo Cs 137 (radionuclide instabile che decade emettendo energia sotto forma di radiazioni). Nelle persone colpite da radiazioni – spiega Bandazhevsky -. c’era un aumento di omocisteina (simile ad un alto livello di leucociti nel sangue), capace di causare infarti del miocardio, ictus, tromboembolie, arteriosclerosi, malformazioni feto-placentari, aborti spontanei e patologie oncologiche». Colpisce anche che sia riuscito a scoprire tutto questo senza avere a disposizione finanziamenti pubblici. Come è stato possibile, gli chiediamo.

«Il denaro e le apparecchiature ricevute per proseguire gli studi sono arrivati  da tanti donatori, mai dalle istituzioni. Ogni aiuto economico è stato sfruttato al 100% per portare avanti un lavoro molto serio e duro. Con pochi soldi siamo riusciti a dimostrare che la contaminazione dell’ambiente e le sue conseguenze sono reali». Intanto le sue ricerche ben presto oltrepassavano i confini. «Sì ma più scoprivo come stavano le cose – alzando il velo d’omertà – e più ricevevo intimidazioni e minacce. Tuttavia – precisa lo scienziato – ho proseguito gli studi anche nelle zone più contaminate. Per questo soffro di diverse patologie che in alcuni giorni mi sfiancano molto».

Vorremmo un suo parere sul coronavirus. C’è chi parla di “guerra batteriologica” o addirittura chi ipotizza che il virus sia stato creato appositamente in laboratorio. «Non voglio neanche pensare a una cosa del genere – commenta Bandazhevsky -. Manipolare un virus per osservare come può reagire il corpo umano è sempre molto pericoloso. Per affrontare pandemie come questa il virus va studiato a fondo. Anche perché può aiutare a difendersi da altri patogeni in futuro».

Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto? «Certo, senza alcun dubbio. Sono nato per fare ricerca. A 16 anni ho iniziato a fare esperimenti e i miei studi sono sempre stati indipendenti. Mi dissero: “Elimina la parola radiazioni e avrai tutto”. Risposi di no. Il mio unico obiettivo è aiutare le persone».

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Il 18 giugno 2001, Yuri Bandazhevsky fu condannato da un tribunale militare bielorusso a 8 anni di lavori forzati con la possibilità di vedere una volta, ogni tre mesi, la moglie Galina. L’accusa, non supportata da alcun testimone, era di avere chiesto denaro per ammettere uno studente all’università. Un vasto movimento di opinione internazionale intervenne a suo sostegno: già nel 2001 ottenne il passaporto della libertà dalla Comunità europea, mentre, nel 2005, Amnesty International gli ha riconosciuto lo status di “prigioniero di coscienza”. In seguito alla mobilitazione diplomatica di diversi Paesi Ue, Bandazhevsky è stato liberato il 15 agosto 2005, dopo 6 anni e 1 mese di carcere. Negli anni ha pubblicato oltre 240 tra articoli e libri sul “caso Chernobyl” in ambito anatomo-patologico, ottenendo diversi riconoscimenti, fra cui la Medaglia d’oro Albert Schweitzer e la Stella d’oro dell’accademia di Medicina della Polonia. Nel 2010 è uscito in Italia  per Carlo Spera editore Chernobyl 25 anni dopo. Bandazhevsky, dopo aver soggiornato in Francia e Lituania, oggi vive in Ucraina.

L’intervista è stata pubblicata su Left del 20 marzo 2020 

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