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Non si capisce quale livello di garanzia possa offrire una azienda che nei prossimi mesi farà parte di un gruppo con sede all’estero di cui non avrà la presidenza. A fronte di questo prestito miliardario, quale piano industriale potrà pretendere il governo italiano?

Giovedì 14 maggio. «Alla luce dell’impatto dell’attuale emergenza dovuta al Covid-19, Fca congela il pagamento dei dividendi». Un – sospettabile – livello di sensibilità da madre Teresa di Calcutta. La fregatura, infatti, c’è. Seppur nascosta, è tuttavia facilmente smascherabile con un sonoro «Buuu!». Si tratta infatti non di azione da buon samaritano. Procedere alla spartizione avrebbe infatti significato non poter battere cassa, ché non sarebbero state rispettate le clausole contenute nel decreto governativo relativamente alla presentazione di una richiesta di un prestito alla Sace (la società di Cassa depositi e prestiti specializzata nel settore assicurativo e finanziario) che ne garantirebbe l’80% con erogazione da parte di Intesa San Paolo. Nella fattispecie, parliamo di un prestito per un valore che questo decreto, stabilendolo al 5% dei ricavi in Italia, porta la cifra a 6,3 miliardi di euro, cioè oltre il doppio della nuova mancia prevista per il dead man wolking Alitalia. Richiesta che Fca non poteva farsi sfuggire, come avevano insegnato i padri nobili del ramo italico dell’azienda: quella famiglia Agnelli che, storicamente, quando la fabbrica aveva «necessità impellenti» (così le chiamava “il patriarca” Giovanni, cioè il nonno dell’Avvocato) batteva cassa al governo col malcelato sottinteso che un eventuale rifiuto avrebbe significato mettere per strada migliaia di operai, cioè di famiglie: bombe sociali. Una “pressione” cui dovette piegare la mascella più volte perfino l’uomo della provvidenza.

Quel duce del fascismo, che «in una memorabile giornata» in fabbrica, il 30 settembre del 1933, «davanti alle maestranze che spontaneamente lo acclamavano romanamente» – come risulta da sobrie cronache dell’epoca -, fu definito dal “patriarca” dell’azienda, «salvatore della Patria». In quella occasione, “il salvatore” seriale delle patrie aziende grazie alle non casuali munificenze dell’Iri, inizialmente battezzata nel 1933 come “salvatore” delle banche, eliminò un pericoloso concorrente: quella Ford che aveva osato impiantare uno stabilimento a Trieste accordandosi con Isotta Fraschini per penetrare il mercato italiano. Una blasfemia per Agnelli cui provvide il dux chiudendo d’imperio quell’oltraggio. «Il tempo sinistro del sovversivismo distruttore, che da noi culminò con l’episodio tragico dell’occupazione delle fabbriche, è passato per sempre. Sorse Mussolini, il liberatore, il costruttore, e l’Italia che non poteva morire fu tutta con lui»: queste sono invece le parole di Giovanni Agnelli il 14 maggio 1939 all’inaugurazione degli stabilimenti Mirafiori alla presenza del “liberatore” in camicia nera. Camicia nera indossata anche dal “patriarca”, ma che aveva fatto tingere da una bianca a sua moglie, spiegandole che prima o poi avrebbe dovuto ritingerla, quella camicia, nel solco di diversi bucati politici i cui cromatismi, nati nell’età giolittiana, sarebbero proseguiti per molti e molti polli e rampolli successivi. Una tradizione che avrebbe visto gli Agnelli specializzarsi nella mungitura della vacca statale in quella stalla in cui s’insegnava come socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Tradizione cui tiene fede – se non altro per non interrompere così nobili tradizioni di famiglia – l’ultimo rampollo, aspirante presidente, seppur senza comando, alla cui leva saranno i francesi della Peugeot del futuro colosso che nascerà dalla fusione con Fca calendarizzata per l’inizio 2001.

E siccome siamo a poco più di un semestre da quel parto programmato, la puerpera Fca non può farsi sfuggire l’occasione di una flebo da 6,3 miliardi, trattandosi – fra l’altro – non di un prestito, né di un bond, ma di una linea di credito a un tasso agevolato (agevolatissimo). Fin qui i “fatti loro”. Ci sono poi i “fatti nostri”, vale a dire le garanzie che sia io sia gli altri cinquantanovemilioni e rotti di italiani dovremmo pretendere per tramite del governo. E qui si aprono questioni complicate: non si capisce infatti quale livello di garanzia possa offrire una azienda che nel volgere dei prossimi mesi farà parte di un gruppo di cui non avrà la presidenza. A fronte di questo prestito, quale piano industriale potrà pretendere il governo? Altro dettaglio non da poco: Fca ha sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra, cioè nella capitale di quell’UK che sta negoziando la Brexit. Conte, ha “chiarito” che stiamo parlando «di una fabbrica italiana che occupa moltissimi lavoratori italiani» e, a scanso di intuibili e petulanti richieste di spiegazioni da parte della stampa, ha fatto filtrare la “stravaganza” che una azienda beneficiata di cotanti miliardi debba però avere sede fiscale in Italia e sede legale a Torino. Come non bastasse, con un tweet di quelli tosti, Carlo Calenda ha fatto tremare i polsi alle vene Fca (si fa per dire): «La sede legale e fiscale torna a Torino sennò saremmo nel surreale», dimenticando che quando era ministro dello sviluppo economico dei governi Renzi e Gentiloni, graziava di cassa integrazione un’azienda i cui vertici non venivano mai manco convocati. Per rispondere a eventuali – anzi, sicure – prossime obiezioni e richieste di chiarimenti, Fca ha convocato per il 26 giugno prossimo l’assemblea annuale degli azionisti. Ad Amsterdam.

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