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In diversi angoli degli Stati Uniti la polizia fa ancora fatica a uscire dal Diciannovesimo secolo. Ma è da segnalare anche la timida indignazione dei politici “che contano”

«Essere nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte» ha detto il sindaco democratico di Minneapolis, Jacob Frey, commentando l’assurda, razzista uccisione di George Floyd. L’agghiacciante video in cui il quarantaseienne afroamericano viene soffocato a morte da un poliziotto ha fatto il giro del mondo. Mentre le strade di Minneapolis vengono invase da rappresentanti di tutti i movimenti per i diritti civili, primo tra tutti Black Lives Matter, è impossibile non chiedersi: come si può, nel 2020, essere uccisi perché si ha la pelle di un colore diverso da quello del proprio assassino?

Purtroppo non è la prima volta che un afroamericano inoffensivo viene ucciso durante un’operazione di polizia o condannato per qualcosa che non ha commesso. Nel caso di Floyd, prima la polizia ha dichiarato che la scelta di fermare il Suv di George e di arrestarlo era stata dettata dal fatto che lui stesse guidando in condizioni alterate. Più tardi, la versione è stata cambiata: la polizia sarebbe stata chiamata da un negoziante che accusava Floyd di aver pagato con un assegno falso.
L’unica motivazione plausibile, però, sembra essere l’odio e il disprezzo per la vita umana. Le immagini del poliziotto Derek Chauvin (secondo la cronaca locale già coinvolto in passato in episodi di violenza) che preme il ginocchio sulla gola di Floyd con le mani in tasca, sordo a qualsiasi implorazione di George o dei passanti, sono preziose perché ci permettono di indignarci e riflettere sulla condizione in cui vivono gli afroamericani negli Stati Uniti d’America. Il movimento Black Lives Matter dal 2013 lotta proprio contro l’annullamento che spesso circonda la morte di una persona di colore e contro lo strapotere di cui gode la polizia.

Il Minneapolis police department ha provveduto a licenziare gli agenti coinvolti nella morte di Floyd. Il problema dell’abuso di potere dei poliziotti nordamericani ha una spiegazione legale che richiede però una lettura più profonda. La polizia è gestita a livello statale, non federale: ciò significa che molto spesso gli agenti sono membri di spicco di piccole comunità, un po’ sceriffi del far west, un po’ guida morale del luogo. Il fatto che Minneapolis sia la capitale del Minnesota cambia poco, probabilmente, nella mentalità di chi decide di far rispettare la “sua” legge mascherandola da giustizia. Questo, ovviamente, non è vero per ogni poliziotto d’America, ma c’è una percentuale che vede nella divisa un’armatura da paladino dei veri diritti dietro alla quale nascondere soprusi di vario genere.

Nel 2014 era toccato a Eric Garner, morto nello stesso modo di Floyd durante un fermo avvenuto a Staten Island, New York. Negli anni, la cronaca si è fusa con l’arte cinematografica o letteraria, favorendo il moltiplicarsi di rappresentazioni che servono a ricordare e a far riflettere su cosa si rischia semplicemente avendo la pelle scura. È il caso del film del 2019 Il diritto di opporsi, che racconta la storia di Walter McMillan, afroamericano accusato ingiustamente di aver ucciso una ragazza bianca e per questo condannato a morte, scagionato solo grazie all’impegno dell’avvocato Bryan Stevenson. Le carceri americane sono piene di neri arrestati perché, di fronte a un crimine, «avevano la faccia» dell’assassino o del ladro (su Left del 13 marzo 2020 avevamo raccontato il caso di Kenneth Reams, condannato per rapina e recluso per 25 anni nel braccio della morte in una prigione dell’Arkansas). Un dettaglio non secondario è che, negli Stati Uniti, i carcerati perdono il diritto di votare.
Se la strada potesse parlare, libro di James Baldwin recentemente trasformato in un film, racconta la storia del giovane Fonny, ragazzo di colore accusato di aver stuprato una donna da un poliziotto bianco, unico (presunto) testimone del reato.

Per gli afroamericani, nel 2020, camminare per la strada è ancora qualcosa di cui bisogna avere paura. Risale sempre all’inizio di questa settimana un altro video in cui si vede una donna (bianca) che chiama la polizia in preda al panico in seguito alla richiesta di un uomo (nero) di tenere al guinzaglio il suo cane. La donna urla che dirà agli agenti che «c’è un uomo afroamericano che sta minacciando la mia vita». Christian Cooper, in realtà, era in quell’area di Central Park a fare bird watching. Come dimenticare, poi, il caso di Ahmaud Arbery, ucciso in Georgia lo scorso febbraio con un colpo di pistola da due uomini bianchi, Gregory e Travis McMichael, mentre faceva jogging. La motivazione dei due assassini sarebbe che lo avevano scambiato per un ladro.

In questo anno martoriato dal coronavirus, che negli Stati Uniti ha già mietuto più di 100 mila vittime, molte delle quali nella comunità afroamericana, c’è bisogno di un vero cambiamento, una risposta chiara e ferma dalla politica americana. Il presidente Donald Trump assicura una generica giustizia, mentre l’ex presidente Barack Obama per adesso tace sulla vicenda. Il candidato democratico alla presidenza Joe Biden ha chiesto timidamente delle indagini federali, mentre l’ex candidata e senatrice del Minnesota Amy Klobuchar ha chiesto anche lei che venga fatta giustizia (Klobuchar ha precedenti negativi nei rapporti con la comunità afroamericana del suo Stato). Risposte più decise e richieste di agire per il meglio sono arrivate da Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar, esponenti di spicco della sinistra statunitense.
La lotta principale del 2020 sembra essere quella per arrivare primi al vaccino contro il Covid-19. Questo potente mezzo metterà in salvo da una pandemia, ma come bloccheremo il virus che circola dalla loro nascita negli Stati Uniti, quello dell’odio razziale contro il diverso da sé?

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