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Con l’emergenza Covid è riesploso il tema del disagio abitativo. Una risposta può arrivare dalle amministrazioni comunali, con strategie per scoraggiare l’inutilizzo di immobili e potenziare l’edilizia residenziale pubblica

Quello che può essere definito in termini generali il “diritto all’abitazione” è riconosciuto da una molteplicità di Trattati internazionali oltre che dalla Costituzione italiana. Dalla Dichiarazione universale dei Diritti umani del 1948, al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, agli articoli 47, 32, 29, 14 della nostra Costituzione: seppure sia assente nella nostra Carta una specifica espressione in tal senso, il diritto alla casa risulta essere un fondamentale diritto dell’individuo (Sentenza n. 119/1999 della Corte Costituzionale).

Senza esitazione allora, dovremmo poter dire che “diritto all’abitazione”, come il diritto economico, sociale e culturale ad un adeguato alloggio e riparo, dovrebbe essere rappresentato ancora oggi come un tema cardine di giustizia sociale, quindi come una necessaria rivendicazione politica. L’abitazione costituisce garanzia di inclusione sociale per l’individuo e la famiglia, presupposto necessario per godere di importanti diritti fondamentali, primo fra tutti il rispetto della dignità di una persona.

In Italia, negli ultimi anni e con la crisi dovuta alla diffusione del Covid 19, il tema del disagio abitativo è ritornato drammaticamente attuale, anche modificando i protagonisti e le forme del disagio: ai problemi di povertà e di esclusione delle fasce economicamente più deboli si sono aggiunte le difficoltà di chi, pur disponendo di un reddito, fatica ad accedere al mercato o a sostenere le spese connesse all’abitazione. La stessa disponibilità di un alloggio non è di per sé garanzia di benessere abitativo, come confermato nei mesi scorsi dalla difficoltà di arrivare con la didattica a distanza in alcuni contesti abitativi.

Le dimensioni del disagio possono infatti riguardare diversi punti di vista: dalla mancanza di una casa, alla carenza di dotazioni di base o inadeguatezza strutturale dell’abitazione stessa, da una abitazione troppo piccola rispetto alle esigenze del nucleo familiare ai costi troppo onerosi di accesso e di gestione dell’abitazione rispetto al reddito.

Mentre oggi in Italia lo spazio delle politiche abitative si configura sempre di più come una dimensione in cui soggetti pubblici e altri non pubblici si coordinano per ottenere risultati di policy, verso un crescente coinvolgimento di attori privati o semi privati, in tutte le fasi operative, l’intervento pubblico risente di una storica sofferenza, sia nazionale che locale, sia dal punto di vista dell’attenzione politica che, conseguentemente, delle risorse impegnate, oltre che di una scarsa propensione all’innovazione.

Dal punto di vista quantitativo, anche l’Edilizia residenziale pubblica, come principale intervento pubblico di sostegno all’abitare e colonna portante delle politiche abitative in Italia, ha subito negli ultimi decenni un drammatico ridimensionamento: dalle circa 20 mila abitazioni costruite all’anno con finanziamenti pubblici negli anni Ottanta, siamo passati a circa 1.500 nei primi anni del 2000. Tra il 1991 e il 2001 lo stock abitativo pubblico è diminuito del 20% a causa di un massiccio piano di privatizzazioni e l’impegno pubblico si è ridotto sia in termini di intervento diretto sia in termini di finanziamento. Lo stesso ragionamento vale per i fondi messi a disposizione per i contributi affitti o per rispondere in maniera adeguata ai numerosi sfratti per morosità incolpevole.

Oggi, la crisi che stiamo vivendo e chi si annuncia nei prossimi mesi essere ancora più dura e drammatica, richiede per questo uno sforzo coraggioso. Si rafforza la necessità di un processo di innovazione politica che guardi da una parte al reperimento di risorse e dall’altro alla capacità di rinnovarsi attraverso politiche di governance, misurando i governi locali non solo nella propria capacità di mobilitare risorse, ma anche nel coinvolgere molteplici attori e ripensare strategie e politiche nuove.

Anche i Comuni, come luoghi comunitari dove vengono condivisi sogni e prospettive, dove si costruiscono progresso sociale e futuro, possono giocare una partita centrale. Sono moltissimi gli alloggi pubblici e privati sfitti, invenduti e abbandonati. Sarebbe necessario un censimento di tutte le disponibilità così da poter mettere in campo misure dissuasive nei confronti di chi lascia l’immobile inutilizzato e premiare chi sceglie di mettere a disposizione alloggi a canone concordato. Elaborare specifici regolamenti di edilizia sociale al fine di promuovere percorsi di autorecupero e autocostruzione attraverso anche un welfare mix coinvolgendo la società civile, promuovendo l’empowerment e favorendo inclusione sociale con una regia pubblica efficace e attiva.

Per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica sarebbe necessario un piano di finanziamento per ripristinare tutti gli alloggi attualmente vuoti anche prevedendo una riorganizzazione degli spazi abitativi, con l’obiettivo di ripensare e rimodulare gli alloggi rispetto non solo ai nuovi bisogni, ma anche alla trasformazione sociale dei beneficiari: nuclei monogenitoriali, famiglie ricostituite, nuove familiarità, persone che decidono di condividere una casa senza essere una coppia o una famiglia.

Infine, attraverso Cassa depositi e prestiti, l’attivazione di mutui a tasso zero per gli investimenti dei Comuni e quindi per l’acquisto di alloggi invenduti da trasformare in edilizia residenziale pubblica. La sfida per ricostruire una sinistra capace di essere strumento di lotta e giustizia sociale passa anche da qua: dalla capacità di fornire risposte concrete, vere, coraggiose. Non c’è più tempo da perdere, il momento è adesso.

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