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Colpite più degli altri dal crollo economico, rinchiuse in casa dallo smart working, dimenticate dalla politica. In Italia le donne rischiano di pagare per intero il prezzo della crisi. Per questo hanno deciso di fare rete, con l’obiettivo di costruire una società più giusta e inclusiva

Badanti immigrate per mesi rimaste senza sussidi. Cassiere dei supermercati al proprio posto anche in pieno lockdown, spesso senza le adeguate protezioni. Impiegate in smart working costrette ad acrobazie impossibili per conciliare lavoro, figli e mansioni domestiche. Sono solo alcuni ritratti delle protagoniste al femminile della resistenza alla pandemia. Per lunghe settimane sono state chiamate “angeli”, “eroine”. Donne “multitasking” pronte al “sacrificio” per la famiglia e il Paese. E poi, ora che il Covid ha allentato la presa, sono state rapidamente dimenticate. Relegate ad un paragrafo del Piano Colao, tutto centrato su come agevolare le carriere delle donne, con riformismi che evitano di smontare e anzi replicano il sistema economico-sociale che genera il patriarcato. Reinserite nel dibattito pubblico nella categoria di oggetti la cui funzione propria è l’essere adocchiate dagli uomini, perché se ciò non accade c’è «da preoccuparsi» – cit. Raffaele Morelli, “psichiatra”, ai microfoni della più popolare radio italiana. Ricondotte in casa con lo strumento del lavoro agile, che sicuramente è agile per gli imprenditori che possono risparmiare sui costi di gestione dei luoghi di lavoro, ma lo è meno per le donne impegnate da casa mentre si prendono cura di una persona anziana o seguono figlie e figli nella didattica a distanza. A denunciare tutto ciò, in questi giorni, sono le donne stesse, che hanno scelto di prendere parola e di incontrarsi per opporsi a questo movimento regressivo.

«Vogliamo affermare la forza delle donne, vogliamo essere massa critica e di pensiero perché siamo più della metà del Paese e non abbiamo più intenzione di attendere elemosine e concessioni»: recita così il documento Dalla stessa parte, firmato da diverse attiviste, un testo-appello che riprende la Lettera aperta di Livia Turco alle donne italiane (v. pag. 24), parte da lì alla ricerca di adesioni e intese, per creare un fronte ampio di lotta. A sottoscrivere l’appello, tra le altre, anche le sardine Jasmine Cristallo e Giulia Trappoloni. «La situazione è drammatica per tutti, ma per le donne lo è ancora di più, poiché da sempre sono le più precarie e le più povere» dice a Left Maura Cossutta, presidente della Casa internazionale delle donne di Roma, dove mercoledì 8 luglio si è tenuto un incontro finalizzato a tessere insieme le varie voci del panorama femminista italiano. «I dati dell’ultimo rapporto annuale Istat sono allarmanti, evidenziano il conto della crisi lo pagano le donne (v. Tulli a pag. 18). Non si tratta più di tornare alla normalità, qui si rischia di andare ancora più indietro». Una preoccupazione fondata. «Le donne – prosegue Maura Cossutta – sono uscite fuori dalle case per trovare piena cittadinanza nella società, e ora vengono ricacciate nell’ambiente domestico con forme di lavoro flessibile che obbligano ad essere connessi h24 mentre spesso ci si deve occupare anche del lavoro di cura.

Mentre la scuola viene sempre più rappresentata come mero strumento di conciliazione per il lavoro femminile, con una visione che nega i diritti dei bambini. Proprio a partire da qui, da scuola, e poi welfare, riproduzione sociale, sanità pubblica, pensioni, possiamo costruire un percorso comune di rivendicazioni. Dobbiamo essere radicali, coraggiose e soprattutto unite». All’invito della Casa internazionale ha risposto anche il movimento femminista Non una di meno (Nudm), che a fine giugno è tornato a farsi sentire nelle strade di oltre venti città italiane, al grido: «Ci tolgono il…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 10 luglio

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