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«Già non potevamo accennare all’indipendenza della città, ora con la nuova legge sulla sicurezza sarà impossibile persino criticare Pechino» racconta a Left Isaac Cheng, ex vice presidente del partito pro democrazia Demosistō

Migliaia di cittadini ad Hong Kong stanno scendendo in strada a protestare. Non ci interessa quanto la nuova legge sulla sicurezza nazionale stia reprimendo la nostra libertà. Gli hongkongers continueranno a protestare per preservare i loro diritti e il loro sistema democratico». Isaac Cheng – l’ex vicepresidente di Demosistō, il partito pro-democrazia di Hong Kong da poco scioltosi – non ha dubbi sul futuro delle proteste nel “Porto profumato” dopo la promulgazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 30 giugno. Le sirene gli fanno da eco.

La legge stabilisce che a Hong Kong nasca un’agenzia nazionale cinese di controllo che dovrà agire contro qualunque forma di «secessione, sovversione e collusione con forze straniere». Si prevedono, dunque, sanzioni per quattro diversi reati, tra i quali anche la sedizione e l’attività terroristica. Le pene vanno dai tre anni all’ergastolo. La norma non è retroattiva, a meno che «le persone che hanno messo in pericolo la sicurezza nazionale negli ultimi due anni siano ancora sospettate del crimine dopo la promulgazione della legge». Le autorità locali saranno completamente sottoposte al controllo di Pechino anche per quanto riguarda le questioni giudiziarie. Ma soprattutto andranno perse la libertà di opinione, critica e manifestazione contro il potere che hanno da sempre contraddistinto Hong Kong.

«Questa legge è stata approvata con lo scopo di assicurare la piena implementazione della dottrina “Un Paese, due sistemi”, sotto cui gli abitanti di Hong Kong amministrano l’isola con un ampio grado di autonomia». Recita così il primo punto del provvedimento approvato dal Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo cinese, votato all’unanimità. Il testo è composto da sei capitoli e 66 articoli, ma i dettagli risultano ambigui, e vanno nella direzione opposta rispetto a quanto affermato nelle prime righe della norma. Come spesso accade, la Cina tenta di nascondere i propri affari interni, in modo che dall’estero nessuno possa giudicare o, peggio, intervenire. Perché Hong Kong, per il governo di Pechino, è sempre stato un “affare interno”. Un territorio che fino ad ora aveva sì goduto di autonomia, ma che da tempo è nel mirino del governo centrale della mainland, soprattutto da quando alla presidenza della Repubblica Popolare c’è Xi Jinping…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 10 luglio

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