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Con il romanzo “Morire è un mestiere difficile” lo scrittore siriano permette di conoscere a fondo la realtà complessa di un Paese oppresso dal regime e dilaniato dalla guerra. Dove la letteratura «deve farsi carico del sentire del popolo», come scrive qui Maria Avino, traduttrice del libro e finalista del Premio Lattes che sarà assegnato il 18 luglio

Khaled Khalifa, uno degli scrittori arabi più interessanti e noti all’estero, costituisce un’anomalia nel panorama letterario siriano per il coraggio con cui ha sempre affrontato tematiche scottanti. Raramente, prima di lui, la produzione letteraria siriana aveva trasgredito certi tabù politici e religiosi; in generale, gli scrittori avevano continuato, per eludere l’asfissiante censura, a non violare i divieti imposti da un regime animato da un unico obiettivo: salvaguardare ad ogni costo la propria sicurezza e il proprio potere. Per decenni gli autori erano ricorsi a sotterfugi e stratagemmi, primo tra tutti quello di denunciare gli attacchi alle libertà dei siriani sempre in maniera velata, inserendo cioè la trama in un’altra epoca o in un altro luogo. Khalifa nei suoi romanzi (molti dei quali tradotti anche in italiano) ha spesso fatto rivivere senza filtri la memoria dei tragici eventi che hanno insanguinato il Paese, dopo l’assunzione del potere nel 1970 da parte di Hafez al-Asad (Assad per le fonti occidentali) al quale è poi succeduto, nel 2000, il figlio Bashar. La sua è una letteratura contro l’oblio, in cui non ha mai smesso di esplorare le ferite inferte da un sistema totalitario all’anima oltre che al corpo dei siriani.

Il romanzo Morire è un mestiere difficile (Bompiani, 2019), pubblicato nel 2016 a Beirut, lontano dal ferreo controllo della censura di regime siriana, si apre con il personaggio di Abd al-Latìf, il quale, poco prima di esalare l’ultimo respiro, su un letto di ospedale di Damasco, strappa al figlio Nabil che lo assiste, la promessa che lo avrebbe seppellito nel suo villaggio natale di Annabiya, a nord di Aleppo, vicino al confine turco, a un centinaio di chilometri di distanza. Un desiderio facile da esaudire in tempo di pace, ma che nelle condizioni in cui si trova la Siria si preannuncia come un’impresa titanica. Nonostante tutto, Nabil, detto Bulbul, non se la sente di deludere il padre moribondo e acconsente, coinvolgendo subito dopo nell’impresa rischiosa anche suo fratello e sua sorella, assieme ai quali attraverserà la Siria da sud a nord, vivendo un profondo conflitto interiore, dibattuto tra il desiderio di realizzare la volontà paterna e la paura dell’ignoto…

Maria  Avino ha tradotto il romanzo di Khaled Khalifa Morire è un mestiere difficile (Bompiani 2019). Per la sua traduzione è tra le cinque finaliste del premio Mario Lattes per  la traduzione 2020.  Il premio verrà assegnato il 18 luglio (ore 18) al Castello di Perno nelle Langhe, (Cuneo).

 

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 10 luglio

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