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A volte ritornano, avvertiva un vecchio film del 1991 basato sui racconti di Stephen King. E un bruttissimo revival è quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. In una surreale rincorsa a riesumare protagonisti della Prima Repubblica che infiniti danni hanno fatto al Paese. “The man who screwed an entire country”, titolava nel 2011 perfino l’Economist. Ma oggi è tutto un genuflettersi al Cavaliere in cerca di larghissime (e sconce) intese. Da destra e da manca arrivano spallate al governo Conte 2 per far spazio a ipotesi di esecutivi nel segno di Mario Draghi, l’ex presidente della Bce appena nominato membro della vaticana accademia delle Scienze sociali da Bergoglio. La partita che si gioca è quella del Mes. Ma non solo. Fra le questioni in campo c’è anche quella della futura presidenza della Repubblica. E allora ecco il ministro Luigi Di Maio incontrare Draghi e l’uomo del Cavaliere, Gianni Letta, precipitandosi per una china di conservatorismo democristiano. Ma soprattutto, aspirando al Colle, ecco l’imbarazzante apertura di Prodi a Berlusconi, a cui la vecchiaia avrebbe portato saggezza.

Gli fanno subito codazzo i piddini Maurizio Martina e Guglielmo Epifani, ex segretario generale Cgil che dice: «Berlusconi può isolarsi con Salvini o tornare centrale con noi». Intanto Davide Faraone di Italia viva parla di democrazia sconvolta dalla condanna per frode fiscale del numero uno di Arcore e chiede una commissione parlamentare. D’un tratto ci ripiomba addosso il peggior passato, quello del berlusconismo rampante, di Tangentopoli, dell’attacco alla magistratura per condurre la giustizia nel porto delle nebbie, delle leggi ad personam e di norme antiscientifiche e misogine come la legge 40/2004. Torna lo spettro di una politica affaristica che anteponeva il profitto di pochi all’interesse del Paese, delle regalie alle caste finanziarie, imprenditoriali, clericali e corporative, torna la devolution e l’ombra della criminalità organizzata sui cantieri pubblici (con cui secondo l’allora ministro berlusconiano delle infrastrutture Lunardi bisognava rassegnarsi a convivere). Un pericolo che si fa ben concreto grazie al pessimo decreto Semplificazione varato dall’attuale governo come denunciano nello sfoglio di copertina Bonelli e Berdini.

Ma tornano alla mente anche tutti gli assist che un centrosinistra subalterno alle destre regalò al Caimano. Pensiamo alla Bicamerale, alla legge sul conflitto di interesse che il centrosinistra non fece quando era al governo, al soccorso veltroniano alle tv private berlusconiane (documentato nel libro di Michele De Lucia, Il baratto, 2008) che hanno sostituito l’informazione con l’intrattenimento addormenta cervelli. Ricordiamo anche al patto del Nazzareno del 2014 fra l’allora segretario del Pd, Matteo Renzi e il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi… Ora pensavamo che la sbornia neoliberista fosse passata. Che la dura lezione che ci ha impartito il Covid-19 in termini di perdita di vite umane avesse reso evidente anche al Pd i danni delle privatizzazioni e dell’aziendalizzazione della sanità pubblica modello Lombardia, nonché i disastri che produce trattare la salute come fosse una merce. Se l’affermazione della Lega alle scorse europee si è rivelata un fuoco di paglia, lo scenario che si potrebbe aprire con le regionali e in un autunno che si preannuncia caldo potrebbe essere ben diverso se non arrivano risposte di sinistra al crescente malessere sociale. La Lega è abile a camuffarsi da partito che sta dalla parte dei lavoratori benché si guardi bene dal farne gli interessi. Altrimenti non si spiegherebbe come sia riuscita a fare breccia fra i tesserati della Cgil. Il populismo familista e sovranista punta a egemonizzare gli strati popolari che hanno meno mezzi e strumenti. Certo non basterà che la Lega si installi là dove era la vecchia sede del Pci a Botteghe oscure per ingannare.

Ma se la sinistra, frammentata, non riesce a far sentire la propria voce e il centrosinistra si suicida tornando a sposare le ultra bollite tesi neoliberiste, le stesse che ci hanno precipitati in questa crisi, il rischio di una deriva di destra si fa ancor più reale. Lo scorso anno di questi tempi Salvini, chiedendo onnipotentemente pieni poteri, innescò una reazione democratica forte. La parlamentarizzazione della crisi da parte di Conte permise la nascita di un governo Pd-M5s, che annunciava lotta all’evasione fiscale, investimenti su ricerca, sanità e scuola, green new deal, taglio del cuneo fiscale a favore dei lavoratori, revisione dei decreti sicurezza… Che ne è stato di tutto questo? La montagna ha partorito il topolino della regolarizzazione dei lavoratori migranti, che come sappiamo è una farsa: troppi paletti, troppi costi a carico di chi cerca lavoro e di chi vorrebbe assumere. Di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze, per rispondere ai tantissimi che hanno perso il lavoro (giovani e donne in primis) serve un serio piano di investimenti pubblici, serve più ricerca, occorre una visione per modernizzare il Paese, per promuovere sviluppo sostenibile e giustizia sociale, per pensare un modo nuovo di fare società mettendo al centro il benessere delle persone. La risposta a tutto questo può venire da un governo di larghe intese incamerando Berlusconi? Ma non scherziamo!

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 17 luglio

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