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I cileni sfiancati dall’emergenza da Covid-19 si preparano al referendum in cui si decide se mantenere la Costituzione promulgata durante la dittatura o redigerne una nuova. Un evento storico che giunge dopo oltre un anno di proteste sociali e violazioni dei diritti

Il 2020 in Cile era iniziato con l’auspicio che, di lì a poco, si sarebbe potuto mettere un punto alla stagione di Pinochet, che tutt’ora continua a essere rappresentata dalla Carta costituzionale, promulgata proprio durante la dittatura militare senza mai essere stata successivamente modificata. Il 26 aprile si sarebbe dovuto celebrare il Plebiscito nacional, per permettere ai cittadini del Paese andino di decidere se redigere o meno una nuova costituzione e se questa dovesse essere redatta da una Assemblea costituente o una commissione mista. Tuttavia, quando a fine marzo il Covid-19 ha cominciato a diffondersi sempre più anche in America Latina, la classe dirigente cilena si è vista obbligata a posticipare il referendum di sei mesi, fissandone la data per il 25 ottobre. Quello che il virus tuttavia non è riuscito a posticipare sono quei problemi strutturali che il Cile vive da anni. Anzi, non ha fatto altro che esacerbarli. Si, perché lo scorso 4 ottobre l’aumento dei trasporti pubblici di circa 30 pesos (1,16 dollari), annunciato dal presidente della Repubblica cilena, il multimilionario Sebastian Piñera, fu solo la chispa, la scintilla.

Celebre in quei mesi era la frase «no son treinta pesos, son treinta años». Una frase breve ma che trasmetteva il significante del malcontento. Infatti, è dall’aumento del prezzo del trasporto pubblico che si sono concatenate una serie di istanze, generando una protesta del tutto inorganica. «Tutti sapevamo che il lunedì e il venerdì ci si ritrovava in piazza, non c’era nessuno partito politico, né sindacato, dietro l’organizzazione» mi dice Nicolas, giovane cileno che ha partecipato alle mobilitazioni. «Si è creata una Mesa de unidad social con l’intento di riunire centinaia di movimenti, ma non è riuscita a convocare realmente una protesta unita», aggiunge. Dalle mobilitazioni una parola è riuscita a mettere a fattor comune le diverse rivendicazioni: dignità. Per i giovani, un futuro dignitoso. Per gli anziani, delle pensioni dignitose. Per tutti e tutte un servizio sanitario e sociale pubblico e universalmente accessibile. Sono pochi esempi semplificatori ma che ci restituiscono un quadro preciso, seppur sfumato. Ma queste sfumature oggi vanno tutte prese in considerazione più che mai. Il Paese ingoiato tra le Ande e l’Oceano Pacifico è il terzo più colpito dal virus in America Latina, con circa 320mila casi…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 17 luglio

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