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Si è molto parlato del servizio fotografico di Chiara Ferragni nelle Gallerie degli Uffizi. Ma la vera questione è la scelta del tipo di comunicazione da parte di un servizio pubblico. Da qui nascono molte riflessioni sul ruolo attuale dei musei nella trasmissione di conoscenza

L’epifania di Chiara Ferragni agli Uffizi ha generato una cascata di reazioni presto polarizzate intorno alla figura dell’influencer e alle sue iniziative (con intervento a sua difesa dello stesso Fedez), complici approssimazione, qualunquismo e dipendenza da social che spesso ammorbano il giornalismo italiano quando deve occuparsi di patrimonio culturale. Al centro del dibattito non dovrebbe stare, infatti, il diritto di Chiara Ferragni di fare il suo mestiere e di andare liberamente in tutti i musei che vuole, quanto certe modalità di comunicazione che devono indurci a riflettere su funzione e missione dei musei, tanto più in una fase storica difficile come quella che stiamo vivendo.

Ferragni ha posato per un servizio di Vogue nell’ambito di una prassi ormai consolidata da anni, per cui musei e luoghi monumentali ospitano set di ogni genere dietro pagamento di un canone, in genere fuori dal normale orario di visita. Piaccia o no, questa formula permette al museo di recuperare risorse e farsi promozione. Se talvolta hanno fatto discutere aperture per matrimoni e compleanni, è indubbio che un video musicale possa far scoprire il museo a un pubblico diverso da quello tradizionale (che a sua volta è già diversificato: un mito da sfatare sarebbe quello che ai musei siano interessati soltanto pochi parrucconi misoneisti che stanno legati alla sedia come Alfieri).

Si parla ora di Mahmood al Museo Egizio di Torino, come se fosse qualcosa di innovativo e trasgressivo. Ma ricordiamo che Jovanotti aveva girato il video dell’“Ombelico del mondo” nella Sala dei Giganti di Palazzo Te a Mantova già nel 1995, e nessuno l’ha denunciato per vilipendio di Giulio Romano. E davanti a un capolavoro ambientato nel Louvre come “Everything is Love” di Beyoncé e JayZ c’è da riflettere sulle notevoli potenzialità espressive di forme d’arte che inducono davvero a rileggere i “classici” secondo prospettive diverse, a scoprire qualcosa che non avevamo mai visto, magari a venire più volte al museo. Semmai è discutibile che queste riprese avvengano in luoghi celeberrimi, che non dovrebbero aver bisogno di soldi né di pubblicità. Per restare a Firenze, se quel servizio si fosse svolto tra…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 24 luglio

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