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Davvero la minaccia atomica e la corsa agli armamenti sono un modo per “mantenere la pace” nel mondo? Cosa accadrebbe se le forze dell’ordine fossero formate alla non violenza? E se abolissimo esercito e polizia? Siamo sicuri che senza il collante della paura reciproca la società non tenga? Alcune riflessioni da una prospettiva non violenta moderna e radicale

Nel dicembre del 1938 alcune scoperte della fisica aprirono la strada alla fissione dell’atomo. Otto Hahn, Lise Meitner e Fritz Strassman a Berlino aprirono l’era del nucleare, come ricostruisce Peter Watson nel libro Fallout: Conspiracy, Cover-Up and the Deceitful Case for the Atom Bomb, basato su documenti de-secretati e che riporta alla luce la cruda verità. Ovvero che la corsa all’atomica non era affatto scontata, molti scienziati erano contrari come si evince anche da numerose lettere. Il “Progetto Manhattan” fu dunque una scelta lucida fatta a tavolino, quando gli Usa già prevedevano che il Giappone si sarebbe presto arreso. E fu una corsa in solitaria per realizzare la bomba. Nel 1942 il Terzo Reich aveva abbandonato la ricerca dopo una riunione segreta a cui aveva partecipato anche il fisico Werner Heisenberg. Dopo quaranta anni di Guerra fredda, solo nel 1987 Gorbaciov e Reagan firmarono un accordo per porre fine a quella pazza sfida. Che non è ancora terminata, come denuncia il fisico Angelo Baracca su questo numero che esce in occasione del 75esimo anniversario delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945). Una delle pagine più buie della storia dell’umanità, su cui torniamo a riflettere denunciando le responsabilità di chi frena il disarmo, oltretutto, per calcoli di cinico profitto. Non sono confortanti le notizie che riporta il fisico e attivista, e neanche ciò che scrive Giorgio Beretta sull’Italia che continua a fare affari con la vendita di armi, vendendo a Paesi totalitari come l’Arabia Saudita e l’Egitto.

Come sempre non ci bastano la cronaca e la dura disamina dei fatti e, con Romina Perni autrice con Roberto Vicaretti del libro Non c’è pace, il discorso si allarga a una riflessione più ampia sulla piena applicazione dell’articolo 11 della Costituzione, sulla storia del pacifismo, che è diventata carsica, e sul cambiamento radicale di paradigma che offrirebbe una cultura della non violenza, dell’incontro, dell’interesse verso l’altro, della conoscenza. Siamo certi che l’essere umano sia violento e omicida come ci hanno fatto credere la Bibbia e tanti filosofi? La moderna psichiatria ci dice che la violenza e la distruttività non sono innate, sono sintomi di malattia che può essere prevenuta e curata. La dinamica vita mea mors tua non è la verità umana, scrive la storica della filosofia Elisabetta Amalfitano. Semmai è la visione ideologica e oppressiva che la destra vorrebbe imporci. Il nostro destino non è, ab origine, quello di Caino.

Così come non sono un destino ineluttabile la guerra, la corsa alle armi o derive autoritarie. Con coraggio, a partire da una visione antropologica libera dal dogma e basata sulla conoscenza della realtà psichica, vogliamo proporre qui di riflettere su alcuni temi brucianti che attraversano la cronaca provando a guardarli da una prospettiva inedita. Che cosa accadrebbe, per esempio, se le forze dell’ordine fossero formate alla non violenza? Ci sarebbero stati l’assalto violento e le torture inflitte ai manifestanti pacifisti nella scuola Diaz di Genova nel 2001? Cosa accadrebbe se la catena di comando avesse ben presente che l’onore dell’Arma non è l’omertà? Di certo non ci sarebbero voluti dieci anni per avere verità e giustizia per Stefano Cucchi, massacrato da chi avrebbe dovuto invece proteggerlo. E ancora: cosa accadrebbe se abolissimo esercito e corpi di polizia? Il tema non è utopistico né tantomeno astratto. Dopo l’uccisione di George Floyd e di altri cittadini afroamericani se ne discute molto negli Usa, dove la violenza razzista è un fatto annoso e strutturale nelle forze dell’ordine. «In America, i neri sono intimiditi, picchiati, molestati, fermati e perseguitati dai poliziotti. Il loro timore di dover interagire con le forze dell’ordine è motivato. E questa paura è reciproca», dice a Libot e Fargnoli l’attivista Mumia Abu-Jamal, in carcere dal 1982 per l’omicidio di un agente di polizia, e che si è sempre detto innocente. Al tema del de-finanziamento e addirittura dell’abolizione della polizia la rivista The Nation ha dedicato un’intera copertina. Se ne è occupato il New yorker e ferve sul New York times, non solo nelle riviste più di sinistra, come ci racconta Leonardo Filippi.

E ancora: davvero non si può vivere senza esercito? Il Costa Rica lo ha abolito, ci spiega Simone Careddu invitandoci a conoscere più da vicino questo piccolo e pacifico Paese. Che certo non ha molti emuli. Molti di più sono infatti i casi di segno opposto, basta pensare all’Egitto e alla Turchia sempre più militarizzati. Ci occupiamo qui anche della drammatica metamorfosi che ha subito la Thailandia, sempre più simile a uno Stato di polizia come scrive Francesco Radicioni da Bangkok. La questione del controllo da parte delle forze dell’ordine, del proliferare di strumenti di videosorveglianza e della limitazione della libertà di movimento si è fatta, come è noto, ancora più stringente in tempi di pandemia. E se è vero – come abbiamo denunciato con inchieste – che si sono registrati alcuni abusi, in linea di principio la limitazione delle libertà individuali per ridurre i rischi di contagio ci pare, invece, incontestabile. Curiosamente proprio in nome di una malintesa idea di libertà si ritrovano sullo stesso fronte i negazionisti leghisti e di destra e pensatori esistenzialisti come Giorgio Agamben. Su questo punto non ci sono equivoci e ad entrambi rispondiamo: non esiste la libertà di far ammalare, rifiutiamo anche questo tipo di violenza.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 31 luglio

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