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Con l’ascesa del movimento Black lives matter sono tornati gli attivisti per una riforma radicale delle forze dell’ordine. Divisi tra riformisti e abolizionisti, ritengono che si debbano combattere le cause del crimine, e che non serva il proliferare degli apparati di controllo

È veramente necessario vivere in Paesi in cui una parte consistente dell’erario viene destinata a mantenere apparati polizieschi sempre più imponenti? È possibile immaginare forme di convivenza civile e democratica in assenza di forze dell’ordine? Dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, l’escalation di proteste (e di violenze) negli Usa e il dilagare nel mondo del movimento Black lives matter, tali domande si sono fatte ogni giorno più insistenti nell’opinione pubblica degli States e parzialmente in quella europea. Se a Minneapolis il consiglio comunale sta lavorando alla proposta di sostituzione del dipartimento di polizia con un dipartimento «per la sicurezza della comunità e la prevenzione della violenza», in Francia a giugno l’ex ministro dell’Interno Castaner era stato costretto a promettere di affrontare il tema del razzismo nelle forze dell’ordine e di proibire la tecnica del ginocchio sul collo, la medesima con cui è stato ucciso Floyd (seppure poi il cambio di governo abbia rimesso in discussione le cose). E in Italia? Poco o nulla. Nemmeno i «reati impressionanti» addebitati dalla Procura di Piacenza ai carabinieri della caserma Levante hanno, al momento, sollevato un reale dibattito su una radicale revisione delle divise italiane.

E allora, anche per questo motivo approfondire le istanze sviluppatesi oltreoceano, quelle “riformiste” – di chi propone di decurtare i fondi per la polizia – e quelle “abolizioniste” – di chi vorrebbe proprio farne a meno – può fornire spunti preziosi. Innanzitutto, su due tesi entrambi gli schieramenti concordano. La prima è che la criminalità non sia un fatto innato, un atteggiamento “naturale” degli esseri umani, bensì il prodotto di condizioni materiali e mentali delle persone, alle quali si può porre rimedio investendo in servizi sociali, sanitari e nell’istruzione. Facendo prevenzione. La seconda è che la…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 31 luglio

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