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Aree di scavi o musei possono diventare spazi per coinvolgere i soggetti più fragili. Lo dimostrano alcune esperienze significative realizzate in Italia negli ultimi anni. In tutti questi casi i luoghi della cultura hanno svolto una efficace funzione sociale

Nelle rovine di un anfiteatro, in prossimità di una città senza nome, vive Momo, una ragazzina avvolta dal mistero. Nel romanzo di Michael Ende la struttura antica si ri-anima. Perché al suo interno i bambini giocano a pallone e i grandi restaurano mobili, fanno barba e capelli, scavano e s’intrattengono nelle consuete attività quotidiane. C’è anche una donna che cuce, su una sedia a rotelle. La scrittura del testo del 1973, con la sua trasposizione cinematografica del 1986, ha anticipato i tempi dell’archeologia. L’esplicitazione della sua funzione sociale. Insomma la comprensione che aree archeologiche e musei non sono soltanto luoghi della cultura. Occasioni per ammirare capolavori del passato. Trascorrere del tempo, immersi tra architetture ed oggetti che catapultano i visitatori in epoche lontane.

Fortunatamente molti addetti ai lavori hanno aperto gli occhi. Hanno riconosciuto a diversi di quei luoghi nei quali gli studiosi lavorano e tanti turisti vanno per curiosità, una funzione nuova. Che rende finalmente siti archeologici, sale e magazzini di musei ed antiquarium, spazi di inclusione. Reale. Posti nei quali gruppi di persone “fragili” possono finalmente “fare”. Esercitarsi in una occupazione. Posti nei quali tossicodipendenti e minori in difficoltà, portatori di handicap e detenuti divengono attori di un progetto.

Dal 2018 a Chiaramonte Gulfi, tra Siracusa e Selinunte, la cooperativa Nostra Signora di Gulfi, con la collaborazione della Soprintendenza archeologica di Ragusa e del Dipartimento di Storia, culture e civiltà e del Dipartimento di Beni culturali dell’Università di Bologna, organizza una campagna di scavo nell’area di una necropoli con sepolture del III-V secolo d.C.. Alla campagna di scavo, anche grazie al Comune, partecipano richiedenti asilo e minori con una pena detentiva inseriti in un percorso di recupero. «Non si tratta solo di uno scavo, ma di un’esperienza civile condivisa, in cui forze diverse e provenienti da diversi ambiti si confrontano per portare avanti la ricerca scientifica», ha detto Andrea Cenerelli, studente in Archeologia e culture del mondo antico a Bologna.

«Il ragionamento iniziale con il Comune e il Museo di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo, è stato relativo all’accessibilità dei disabili alla struttura espositiva. Poi ci siamo chiesti perché non fare qualcosa di più. Ecco che sei ospiti della casa di Pinocchio hanno rielaborato un’opera di Bartolomeo della Gatta e altrettanti del progetto Viva hanno acquisito le competenze professionali per diventare guide museali». Stefania Battaglini, della cooperativa sociale Koinè, parla del…

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